Una “toppa pericolosa” che “istituzionalizza il precariato nelle università”. E soprattutto presta il fianco a rivendicazioni e possibili contenziosi legali. Il Ministero dell’Istruzione ha deciso di includere anche i professori a contratto nel calcolo del numero minimo di docenti necessario a mantenere un corso di laurea. Una mossa della disperazione quasi obbligata, a causa delle sempre più profonde lacune di personale degli atenei dovute al blocco del turnover. Ma per fronteggiare l’emergenza il Miur ha deciso di fare ricorso a docenti precari, invece che bandire nuovi concorsi e procedere a vere assunzioni. E questa scelta potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, come spiega Roberto Lagalla, rettore dell’Università degli Studi di Palermo e vicepresidente della Crui (la Conferenza dei rettori): “Oggi si salvano corsi a rischio estinzione, domani al Ministero potrebbero avere non pochi problemi”.

I PROF A CONTRATTO SALVANO I CORSI DI LAUREA
Il regalo di Pasqua del Miur all’università italiana è il decreto ministeriale 194/2015, con cui Stefania Giannini stabilisce una svolta abbastanza radicale: per i prossimi tre anni (fino al 2018), gli atenei possono far ricorso anche ai docenti a contratto per attivare corsi. La normativa vigente, infatti, prevede che ci sia un numero minimo di professori per svolgere un corso di laurea triennale o magistrale, rispettivamente 9 per il primo livello e 6 per il secondo. Fino ad oggi questi dovevano essere di ruolo, con una soglia massima del 5% di precari. Il decreto dilata (e non di poco) tale quota, fino a un terzo del totale. E questo permetterà di alleggerire i parametri attuali, riducendo in media del 30% il numero di docenti a tempo indeterminato indispensabili.

IN DIECI ANNI PERSE 6MILA DOCENZE
La scelta del ministro è facilmente comprensibile se si guardano i tagli subiti dalle facoltà di tutto il Paese: nell’ultimo decennio (fonte ufficio statistica del Miur, aggiornato all’ultima rilevazione del 2013), i professori ordinari sono calati del 23%, quelli associati quasi del 13%. In totale, sono andate perse 6.354 docenze. Se a questo si aggiunge la cancellazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato, il quadro è completo. Colpa soprattutto della riforma Gelmini, che, decretando in molti atenei il blocco totale o parziale del turnover, ha impedito il normale ricambio generazionale del personale, proprio mentre fissava in parallelo quei requisiti minimi di professori per corso di laurea che oggi strangolano le facoltà. Con l’assottigliarsi del numero di docenti a disposizione dei rettori, è aumentato esponenzialmente il carico didattico gravante sulle loro spalle, fino al rischio di non poter attivare alcuni corsi: una cifra quantificabile tra il 10 e il 20% del totale, con particolare emergenza ad esempio per le professioni sanitarie. Così il governo ha deciso di intervenire.

PRECARI AL POSTO DI ASSUNZIONI
“Con questo decreto finalmente il Ministero ammette che il personale a disposizione delle università non è più sufficiente”, spiega Lagalla. “Visto il contesto generale, non è una cattiva scelta. Ma di fatto stiamo mettendo solo una toppa su un problema molto più profondo: la soluzione non può essere istituzionalizzare la figura del professore a contratto, che dovrebbe rappresentare un’eccezione, un profilo straordinario. Si fa ricorso a dei precari per riempire i buchi che andrebbero colmati con nuove assunzioni. E questo non va bene”. I professori a contratto, infatti, sono docenti rigorosamente non assunti, ma contrattualizzati di anno in anno per svolgere uno o più insegnamenti, su bandi emanati dalle singole università. E non è detto neppure che siano pagati, visto che la legge prevede che questi contratti possano essere “a titolo gratuito o oneroso”. Negli ultimi anni sono cresciuti in maniera significativa, passando da 22.200 a 26.800 unità, mentre come si è visto scendeva il numero dei professori di ruolo. Il risultato, adesso, è che la loro proporzione è quasi di 1 a 1: un docente precario per ogni docente a tempo indeterminato. E le conseguenze, ovviamente, non potranno essere solo positive.

LO SPETTRO DEI RICORSI
Nell’immediato si salvano tutti i corsi (circa il 15%) che rischiavano di scomparire. Di sicuro ci saranno delle ripercussioni sull’offerta formativa: come spiega il comunicato del Ministero, tra i professori a contratto ci sono “esperti di chiara fama, studiosi e professionisti, anche stranieri”. Vero, ma anche tanti docenti pescati a livello locale dal serbatoio di chi non ha un contratto. Non necessariamente delle eccellenze, insomma. “Anche solo per una questione di esperienza, o di continuità all’interno delle facoltà, non può essere la stessa cosa”, sottolinea il rettore di Palermo. Ma le maggiori preoccupazioni del numero due della Crui riguardano il futuro: “Il Ministero, costretto dalla necessità, sta facendo un’operazione pericolosa: parificando nel computo legale docenti precari a docenti di ruolo, si espone inevitabilmente ad un grosso contenzioso legale. È ovvio che ci saranno delle rivendicazioni, e prima o poi arriverà il giudice di turno a certificare l’abuso e decretare la stabilizzazione di chi è stato utilizzato per anni senza avere un contratto stabile”. Un po’ come successo nella scuola, dove di recente la Corte europea ha sanzionato lo Stato italiano, dando ragione ai supplenti che avevano svolto più di 36 mesi di servizio. Le differenze con l’università sono tante, il principio potrebbe essere lo stesso. Il provvedimento resterà in vigore fino al 2018, quando la fine del blocco del turnover dovrebbe dare un po’ di respiro agli atenei. “Ma allora il Ministero potrebbe avere ben altri problemi”, conclude Lagalla.

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