Un uomo precipita in un pozzo naturale profondo una decina di metri. Forse si ferisce, comunque non riesce più a uscire. E muore di stenti. Nel corso di decine di migliaia di anni una pioggia incessante di gocce intrise di calcare lo colpisce, punteggiandolo di una miriade di concrezioni minerali e intrappolandolo in una selva di stalattiti. Fino ai primi giorni di ottobre del 1993, quando alcuni speleologi e antropologi scoprono la sua prigione in una grotta pugliese della Murgia, nei pressi di Altamura. Con la voce spezzata dall’emozione, e dallo scarso ossigeno dell’ambiente, si trovano di fronte lo scheletro completo di una forma umana estinta da circa 30mila anni. Poi sull’uomo di Altamura scende di nuovo l’oblio.

Due decenni dopo conosciamo ancora poco di questo ominide preistorico. Sappiamo che è un nostro parente stretto, un Neanderthal, probabilmente di sesso maschile, ma per il resto non siamo certi nemmeno di quanto sia antico. O almeno, non lo eravamo fino a pochi giorni fa. Sullo scheletro di Altamura è, infatti, partita una nuova campagna di studi, frutto di una diversa sensibilità da parte delle autorità locali. L’obiettivo finale è conoscerlo e valorizzarlo. Una campagna che sta già dando i primi, attesi, risultati scientifici, come dimostra uno studio italiano appena pubblicato sulla rivista Journal of Human Evolution.

“Abbiamo ripreso un cammino di ricerca che si era interrotto. Fino ad alcuni anni fa – spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza Università di Roma, tra i coordinatori dello studio – prevaleva una tesi, quella del monumento. I reperti dell’uomo di Altamura erano, cioè, considerati intoccabili. Un tesoro solo per pochi. In pratica, è come se per 20 anni avessimo visto sempre la stessa foto. Adesso – precisa lo studioso – si è capito che, per poter tutelare e valorizzare appropriatamente il prezioso reperto fossile, bisogna innanzitutto conoscere quest’uomo. E l’unico modo per riuscirci – sottolinea Manzi – è studiarlo. Abbiamo, quindi, potuto prelevare per la prima volta, in condizioni di sterilità e con una laboriosa procedura tramite braccia teleguidate, un piccola porzione ossea di una scapola, già frammentata. Su questo reperto – spiega l’antropologo – abbiamo effettuato tre linee d’indagine distinte, ma complementari, attese da tempo: quella genetica, morfologica, e la datazione esatta”.

Numerose le informazioni che queste ossa umane preistoriche stanno cominciando a restituire agli studiosi sul nostro antico passato. “Uno dei risultati più importanti – spiega Manzi – è che i miei colleghi dell’Università di Firenze sono riusciti a estrarre il Dna, evento già di per sé straordinario. Non era assolutamente detto, infatti, che si fosse conservato”. L’analisi del Dna, unita alle indagini morfologiche, ha permesso agli scienziati di fissare un primo paletto. Confermare, cioè, che l’uomo di Altamura è effettivamente un Homo neanderthalensis. Ma ci sono anche altre analisi che hanno dato significativi riscontri. La datazione con il metodo uranio/torio ha, ad esempio, permesso di stabilire che l’uomo di Altamura è molto arcaico per essere un Neanderthal. “Attraverso le nostre indagini – precisa Manzi – abbiamo ottenuto una datazione compresa tra i 170 e i 132mila anni fa”.

Ma cosa rende così speciale questo Neanderthal rispetto ad atri reperti appartenenti alla stessa specie, i cui primi ritrovamenti risalgono addirittura al 1856, tre anni prima che Darwin pubblicasse la sua opera fondamentale, “L’origine delle specie”? “Non c’è un uomo di Neanderthal così ben conservato al mondo – sottolinea Manzi -. Scheletri con questo grado di completezza, a partire dallo stesso cranio, sono rari in tutto il panorama dell’evoluzione umana. Rari, per non dire assenti. Le ossa di questo ominide, invece, sono tutte presenti nella sua culla carsica. Questo rende l’uomo di Altamura un’autentica miniera d’informazioni. La sua datazione dimostra, inoltre – precisa l’antropologo romano, – che si tratta di un cosiddetto Neanderthal pre-contatto. È vissuto, cioè, prima della presunta “scappatella” tra Sapiens e Neanderthal”. Gli scienziati proveranno ora a cercare nei reperti pugliesi tracce genetiche condivise tra le due specie. Se dovessero trovarle, sarebbe la prova dell’esistenza di un antenato comune, vissuto in Africa, piuttosto che di successivi incroci.

La storia dell’uomo di Altamura, malgrado la sua età, è appena agli inizi. Sono ancora tanti i segreti custoditi in quello scrigno calcareo. “L’unico modo per eliminare tutte le concrezioni che ne oscurano la morfologia, per esempio delle arcate sopraorbitali – spiega Manzi – è virtuale, digitale, con tecniche come la Tac. Ma per farlo, il reperto deve prima uscire dalla grotta. Dovremo liberarlo, almeno in parte, facendo tesoro delle tecnologie che abbiamo oggi a disposizione, come quelle mutuate dalla medicina. Potremmo, ad esempio, estrarre il cranio, reperto di estremo interesse oltre che facilmente isolabile rispetto ad altre ossa, perché meno solidale con le calcificazioni. Ma prima di ogni intervento – aggiunge lo scienziato – è necessario studiare bene la situazione, capire ad esempio com’è cambiato il microclima della grotta negli ultimi vent’anni. Il prossimo passo sarà effettuare un completo rilievo laser-scanner ad alta risoluzione, per ricostruire la disposizione esatta delle ossa. Successivamente – spiega Manzi -, potremo ottenerne una stampa in 3D. In questo modo, una replica dell’uomo di Altamura potrà essere visibile al pubblico già entro quest’anno. Lo studio di questo nostro antenato – conclude lo scienziato italiano – potrà aiutarci a chiarire il quadro dell’evoluzione umana prima dell’arrivo dell’uomo moderno in Europa e, in particolare, nella nostra Penisola, in un’epoca compresa tra i 200 e i 40mila anni fa”.

L’abstract dello studio italiano