Potrebbe essere il record di corna (politiche) in uno stesso giorno: l’election day come giornata nazionale dello Staisereno. Mai come oggi il centrodestra (o il controdestra, come lo chiama Storace) potrebbe assumere il nome di Casa delle Libertà, nel senso dei finti spot di Guzzanti: sotto Berlusconi il federatore a due mesi dalle Regionali fanno un po’ “come cazzo gli pare”. Ricostruire con quali alleanze si presenteranno al voto in 7 Regioni Forza Italia, Lega Nord e Nuovo Centrodestra è come disegnare a mano la mappa di Calcutta: i patti di Bari sono carta straccia a Genova, l’intesa di Perugia non vale a Venezia, a Firenze carezze e a Napoli sguardi in cagnesco. I candidati alle presidenze vanno e vengono che nemmeno in un bagno di una discoteca, quelli che già fanno campagna elettorale si sentono dire ogni giorno che da un momento all’altro potrebbero essere accantonati a dare volantini sotto i portici. Anche perché a ciascun partito corrisponde una quota dissidenti: Berlusconi ha Fitto, Salvini aveva Tosi, Alfano avrà la De Girolamo. E’ ormai una maxi-partita a chi se la tira di più (i giornali li chiamano di solito “veti incrociati”) e il finale è tutto da capire, da vedere se sarà splatter o da Stanlio e Ollio (cfr. “Le comiche finali”, Gianfranco Fini, 2007). L’illusione è che il traino del Carroccio dai sondaggi rigonfi sia in grado di portarsi dietro tutto il baraccone. Ma in Veneto non c’è l’accordo Lega-Fi, in Liguria c’è un candidato leghista, in Toscana un candidato ciascuno, in Puglia e Campania il pericolo è Fitto.

Le scosse fino a Milano (in Comune e in Regione)
C’erano una volta le tre punte, ora ce ne sono trecento: ognuno si sente principe ereditario della dote di Berlusconi. “Salvini – dice Altero Matteoli, uno che ha attraversato indenne interi autunni e intere primavere della destra italiana – non è un incapace, mi faceva più paura Bossi. Eppure non è la soluzione per il centrodestra, basta vedere quanto è accaduto in Emilia Romagna, dove la Lega è andata bene ma il centrodestra no”. Roberto Maroni sta bruciando centinaia di calorie per mettere d’accordo il suo leader e il suo ex presidente del Consiglio perché ha il terrore che una separazione certificata alle Regionali finisca per segare le gambe del suo tavolo, a Palazzo Lombardia.

Matteoli: “Salvini non è la soluzione. Guardate l’Emilia: la Lega è andata bene ma il centrodestra no”

Caduto Cota, in bilico Zaia, vedi mai che finisca con un en plein: ciao ciao, macroregione. Non solo: mentre Pisapia annuncia di non volersi ricandidare, la Gelmini vuole Lupi candidato al comune di Milano. Ma Salvini ne ha appena chiesto le dimissioni dal governo e nel frattempo non dà limiti al suo futuro: “Io sindaco di Milano o premier? Sono piccolino e vivo la mia esperienza come strumento e servizio. Se servo a qualcosa, sono a disposizione. Sono milanese nel sangue”. 

Il risiko della destra (che sembra Guernìca)
Proviamo una sintesi. In Veneto c’è Zaia ma senza l’appoggio di Berlusconi che prima – raccontano i giornali – pretende che i candidati leghisti in Liguria e Toscana si ritirino (nonostante non abbia nomi alternativi). Nel frattempo Fitto ha indossato l’elmetto e vuole candidarsi in Puglia contro l’uomo scelto dal suo capo. Fosse vero, i fittiani a quel punto potrebbero correre da soli in Campania e in Veneto, solo per il gusto di rompere le scatole. In una tale frittata il simbolo dell’intera storia sono le Marche: qui Ncd e Udc sono pronti a correre con Forza Italia puntando su un cavallo vincente, il due volte presidente Spacca, che fino a ieri è stato col Pd. A dare un po’ d’aria frizzantina è l’Umbria, dove le cose vanno alla grande: il centrodestra è unito, i leghisti hanno perfino detto sì all’Ncd senza chiamare la disinfestazione. Sfortuna maledetta vuole che l’Umbria non sia, a sfogliare gli annali, esattamente una roccaforte berlusconiana.

Il detonatore: il mancato accordo per il Veneto
La corsa in ordine sparso è partita da Verona. Le bottigliate da saloon tra Salvini e Tosi hanno riempito le pagine dei giornali e pochissimo i pensieri degli elettori, ma restano aperti due fronti. Il primo è decisivo: il presidente uscente Luca Zaia continua a ripetere in loop l’immagine del “pancia a terra e lavorare” (6 volte in 20 giorni, archivio Ansa), ma gli manca l’accordo con Forza Italia che in Veneto alle Europee pesò quasi il 15%.

Salvini: “Forza Italia? Se volessi dar retta ai sondaggi, non abbiamo bisogno di niente e di nessuno”

E basta davvero l’Armiamoci e sparate di Salvini, la campagna per togliere l’eccesso colposo della legittima difesa, nel Veneto del benzinaio western Stacchio? “Se volessi dar retta agli ottimi sondaggi (in Veneto Zaia è avanti di oltre 10 punti) non abbiamo bisogno di niente e di nessuno” dice il leader della Lega. “Se Salvini punta a perdere, gli lasciamo questa bandierina” gli risponde Brunetta. L’altro fronte è quello di Tosi: si è lanciato come un kamikaze contro Zaia e Alessandra Moretti per la conquista di Palazzo Balbi a Venezia, ma il sindaco defenestrato attualmente conta solo su se stesso, perché le danze di corteggiamento con Alfano sono rimaste tali. Eppure nella mareggiata in sostegno del sindaco di Verona può finire anche una lista fittiana.

Puglia, l’epicentro della guerra dentro Fi
L’altra miccia è a Bari, campo centrale del torneo “fittiani vs resto del mondo” (berlusconiano). Forza Italia, per contrastare Michele Emiliano, aveva detto sì all’oncologo Francesco Schittulli. Fitto aveva assicurato: “Avrà il mio sostegno”. Infatti da lì è iniziata una faida che ha portato nell’ordine al commissariamento del partito (ora guidato dal fedele Luigi Vitali, ex candidato al Csm), alla minaccia di Fitto – recordman di preferenze – di candidarsi e all’espulsione del “suo” Chiarelli da una commissione per mano di Brunetta. Quanto basta per un’altra scena madre dell’ex ministro: “Da partito liberale siamo diventati il partito delle censure, dei commissariamenti, delle sostituzioni, delle epurazioni”. Dove c’è rissa, c’è Lega, perfino a Bari: Raffaele Volpi, vicepresidente (pavese) di Noi con Salvini, ha annunciato che sono pronte per essere presentate liste di disturbo finto-leghiste.

Caldoro senza Ncd (a cui piace un po’ De Luca)
Nel polverone sollevato da Tosi e Fitto a prenderle potrebbe essere Stefano Caldoro che in Campania ha tutti i favori del pronostico, il primo dei quali è rappresentato da uno sfidante – che peraltro ha già battuto nel 2010 – condannato e ineleggibile, Vincenzo De Luca. Ma l’ex socialista inviso a Cosentino ha un po’ di pensieri. Una lista Fitto, se la situazione al di là dell’Appennino dovesse precipitare. Ma anche l’assenza di un patto con il Nuovo Centrodestra, parte del quale è tentato da un governo Renzi in versione presepe di San Gregorio.

Alfano: “Mai parlato con Renzi di un’alleanza in Campania. Stimo Caldoro, ma non abbiamo ufficializzato il nostro appoggio”

E anche il governatore uscente potrebbe ritrovarsi il partito-interferenza di Salvini che forse ha ripulito la memoria dalla filastrocca che il segretario della Lega canticchiava 6 anni fa: “Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani”. Dicono che Caldoro, in questa situazione, è pronto anche a mandare tutti a spigare. A bordo campo si scalda Mara Carfagna (che smentisce).

Calcio fiorentino tra Verdini e l’economista no euro
Poi le due regioni che Berlusconi pretende da Salvini, come fosse il trattato di Versailles: Toscana e Liguria. A Firenze i leghisti hanno scelto l’economista anti-euro Claudio Borghi, responsabile economico del partito, occhialini tondi e tanta tv, che ha ospitato di recente il segretario per un tour elettorale. A Prato, provincia di Shanghai, il contrappasso è stato che due cinesi hanno riconosciuto Matteo-l’altro e hanno voluto un selfie. A Forza Italia non piace Borghi perché fa il leghista. Quando un sedicente simpatizzante dell’Isis ha hackerato il sito del Pd in Toscana ha twittato che “era meglio la lettera con le pallottole”. “Quelle di Borghi sono bischerate che capitano a uno che arriva da Milano in Toscana – l’ha ripreso Massimo Parisi, deputato del battaglione Verdini – Questa regione è terra di civiltà”. Forza Italia, che in Toscana è tradotto con la parola Denis, ha invece indicato Gianni Lamioni, presidente della Camera di commercio di Grosseto. Ma il povero Lamioni ha la lettera scarlatta di provenire da Ncd, quindi non va a genio alla Lega ma neanche a gente come l’ex tesoriere del Pdl Maurizio Bianconi (fittiano dal linguaggio da ambasciatore): “Io i Forza Renzi non li voto, neanche se mi bucano”. Così la soluzione sarebbe resettare tutto (e Borghi?) e puntare su un terzo, magari uno tra i viareggini Deborah Bergamini e Giovanni Toti, i quali dovrebbero accettare di andare contro il presidente di Regione più popolare d’Italia, Enrico Rossi, avendo a disposizione solo due mesi.

Il vice-Salvini, il forzista se ne va. La Paita imbarca Ncd
Sportellate anche in Liguria. Prima si è presentato Federico Garaventa, imprenditore, presidente regionale dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili. Il tempo di vantarsi con gli amici che la Lega gli ha candidato contro Edoardo Rixi, vice di Salvini, che nel curriculum ha anche un’ipotesi di peculato formulata nell’inchiesta sulle spese pazze in consiglio regionale. Garaventa così si ritira, Forza Italia dice che appoggerà Rixi ma nel frattempo chiede a via Bellerio di ritirarlo per fare posto (di nuovo) a Toti. “Ma perchè Toti è ligure? – replica Salvini – Ora, dopo gli oriundi in nazionale, ci mancavano gli oriundi alle regionali”. E quelli di Alfano? Dalle quelle parti lo strabismo è la regola. Dopo essersi diviso per mesi, l’Ncd compie l’impresa di decidere, con tanto di riunioni a Roma, di sostenere la candidata renziana Raffaella Paita, designata erede del governatore Claudio Burlando. La Paita ha risposto più o meno che tutto fa brodo. Gli scajoliani alle primarie non erano l’ultimo capitolo.

Ancona, sul carro del ri-governatore (finora del Pd)
Nelle Marche i partiti di centrodestra sono uniti: vogliono invece incollarsi tutti al sedere di Gian Mario Spacca da Fabriano, che intende rimanere sulla poltrona di presidente di Regione per altri 5 anni, dopo i due mandati che ha fatto con il centrosinistra. Quando il Pd ha fatto le primarie per scegliere il suo successore (Luca Ceriscioli), Spacca – che ridendo e scherzando è nelle giunte marchigiane dall’inizio degli anni Novanta – si è riscoperto del Ppi e della Margherita, ha detto che era un presidente di coalizione, espressione di una lista civica, che è stato iscritto del Pd solo per 3 anni e è mancato poco che dicesse che nel centrosinistra c’è finito perché quel giorno sbagliò strada. Abiura sufficiente per Area Popolare (e tra breve anche a Fi) per incoronare l’usato sicuro e soprattutto non fare la fatica cagna di trovarne un altro.

Dopo la foto a pugno chiuso il compagno Gian Mario Spacca pronto anche al colpo di fioretto! Non lo tenemo più!

Posted by Marxisti per Spacca on Lunedì 23 marzo 2015

San Claudio d’Assisi ha riunito tutti: dalla Lega a Ncd
Il capolavoro, l’unico in Italia, riesce solo a Claudio Ricci, sindaco di Assisi. Saranno la forza spirituale del posto o gli effetti della marcia della pace, ma solo lui – che infatti è ingegnere – è riuscito a mettere insieme tutti, dall’Ncd alla Meloni. Sindaco dal 2006 della seconda città umbra a non essere rossa, l’ingegner sindaco si vanta di essere in giunta comunale da 24 anni e il primo cittadino più longevo, “secondo solo al podestà”. Doveva essere il candidato del centrodestra alla Regione già nel 2010. Retroscena maligni dissero che lo scartò Berlusconi: bravissimo, ma ha le orecchie a sventola. Ricci ha sempre negato. E ora comunque si vendica: a differenza di Berlusconi, lui la destra l’ha unita, tiè. Per fare certe cose bisogna avere orecchio.