“I cristiani sono chiamati ad amare i loro nemici”. Chissà quante volte in questi primi 2 anni di pontificato questa frase di Papa Francesco è risuonata nella mente del suo autore. In 24 mesi sulla cattedra di Pietro i nemici di Bergoglio sono aumentati di giorno in giorno, dopo ogni tentativo di riforma, dallo Ior ai centralismi della Curia romana, dalla lotta alla corruzione, nella Chiesa e nella politica, a quella alla pedofilia, dal tentativo di sintonizzare l’orologio ecclesiale sui battiti del tempo presente, aprendo ai divorziati risposati e ai gay, fino alla scomunica ai mafiosi. Il dito di Francesco puntato in modo impietoso contro la corte curiale e le “15 malattie” di una “sede non santa”, secondo la celebre definizione di un vescovo coetaneo di Bergoglio. Una Curia camaleontica che a ogni morte, o dimissione, di Papa ripete la massima de “Il Gattopardo”: “Tutto cambia affinché nulla cambi”. Francesco non è al primo posto del Guinness dei primati dei Pontefici che hanno avuto più nemici in Vaticano. Il primo posto, almeno guardando ai tempi recenti, è senza dubbio di san Giovanni XXIII, il “Papa buono” che rivoltò la Chiesa da cima a fondo come oggi sta facendo Bergoglio.

Un uomo che confessa di avere “la sensazione che il mio sarà un pontificato breve, ma mi potrei anche sbagliare” e di non condividere “un ritiro per limiti di età, come avviene per i vescovi, per la figura del Papa, pur apprezzando la strada aperta da Benedetto XVI”.

Francesco ama i fatti e non le belle parole. Lo ripete spesso ai suoi preti facendo sua la frase del poverello di Assisi di cui porta il nome: “Predicate sempre il vangelo, e se fosse necessario anche con le parole”. Fatti, dunque, a iniziare dallo scandalo dei “preti affaristi” che hanno un listino dei prezzi per i sacramenti. Alla corruzione da quella dei “benefattori dalla doppia vita che donano alla Chiesa ma rubano allo Stato”, fino a quella dei politici che, “invece di servire il popolo, lo sfruttano per servire se stessi: sono in stato di putrefazione”. Così come durissima è stata la bacchettata che il Papa ha inflitto a Comunione e liberazione, salvando il fondatore don Luigi Giussani, ma condannando la “spiritualità d’etichetta che si coltiva quando si è schiavi dell’autoreferenzialità”.

Fatti e non parole di un Papa che, come aveva fatto Benedetto XVI, ha abbracciato le vittime dei preti pedofili chiedendo perdono per quello che ha definito “un culto sacrilego”, una “messa nera”. Bergoglio ha voluto un organismo vaticano che si occupasse di contrastare questo “crimine e grave peccato” chiamando a farne parte anche 2 vittime, Marie Collins e Peter Saunders. Rimozioni e processi per sacerdoti e vescovi pedofili in Vaticano si moltiplicano in modo esponenziale tanto che il Papa ha dovuto istituire presso l’ex Sant’Uffizio un secondo tribunale solo per questi reati. Dall’arresto dell’ex nunzio Jozef Wesolowski, alla vita privata imposta al riferimento di Cl in Lombardia don Mauro Inzoli, fino alle indagini e alle rimozioni di vescovi e sacerdoti accusati degli stessi reati, senza attendere la fine dei processi penali. Provvedimenti durissimi che hanno creato non pochi malumori soprattutto tra le lobby, gay e non, i cui membri si proteggono a vicenda per cercare di consolidare il loro potere ecclesiale.

E poi lo Ior, la cosiddetta banca vaticana, e le riforme economiche del “ranger”, come lo chiama Francesco, George Pell, il cardinale australiano che nel suo Paese è sotto la lente di ingrandimento per la gestione dei casi di pedofilia quando era arcivescovo di Melbourne. Una situazione che il porporato peggiora con dichiarazioni a dir poco inopportune: “I preti pedofili sono come dei camionisti che molestano autostoppiste”. Ma il Papa ha molto fiducia nella sua capacità di rendere trasparente la gestione finanziaria della Santa Sede evitando scandali e lo ha messo a capo della Segreteria per l’economia. Un ruolo che ha amplificato i nemici di Francesco, soprattutto dentro la Curia romana, perché, come ripetono in Vaticano: “Sine pecunia non cantantur missae”.

I nemici del Papa ci sono. Anche nel collegio cardinalizio, Raymond Leo Burke in testa: “Resisterò al Papa se ci saranno le aperture ai divorziati risposati e ai gay. Non posso fare altro”. C’è chi scommette, però, che nonostante le resistenze le aperture al Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2015 ci saranno. E mentre Burke, insieme ad altri curiali, continua a sostenere che “la Chiesa è senza timone”, qualcuno arriva perfino a negare la legittima validità dell’elezione di Bergoglio.

È il caso di Antonio Socci che ha affidato al suo libro “Non è Francesco” (Mondadori) questa sua tesi, completamente smentita dal cardinale Lorenzo Baldisseri che del conclave del 2013 che ha eletto Francesco è stato il segretario. Ma Socci non è il solo intellettuale che ha “rinnegato” Bergoglio. I primi mal di pancia papali iniziarono con un articolo pubblicato su Il Foglio, all’epoca ancora diretto da Giuliano Ferrara, dal titolo eloquente: “Questo Papa non ci piace”. Autori Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. Il primo giornalista e studioso di letteratura, il secondo canonista e docente di bioetica. Palmaro, scomparso il 9 marzo 2014 dopo una lunga malattia, prima di morire ricevette una telefonata di conforto proprio da Francesco.

Inequivocabili anche gli appelli sociali che hanno fatto molto discutere, dentro e fuori la Chiesa, in particolare le durissime scomuniche ai mafiosi con l’invito alla conversione pubblica: “Ve lo chiedo in ginocchio. C’è ancora tempo per non finire nell’inferno che vi aspetta se continuerete sulla strada del male”. Fino alle durissime parole pronunciate in Calabria, nella piana di Sibari, superando perfino Wojtyla: “La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato. Bisogna dirgli di no. Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!”.

Davanti ai nemici l’ex vicedirettore de L’Osservatore Romano, Gian Franco Svidercoschi, con alle spalle 60 anni di professione sotto il Cupolone raccontando il Concilio Ecumenico Vaticano II e l’avvicendamento di 7 Papi, non ha dubbi sulla solitudine di Francesco. “Un Papa solo al comando e una Chiesa che a fatica lo segue” (Tau) è il titolo del nuovo libro del vaticanista che IlFattoQuotidiano.it ha letto in anteprima. Per Svidercoschi “Bergoglio deve fare i conti con quanti si spaventano a sentire le sue idee spesso decisamente riformatrici”. E sottolinea la forte “discontinuità” con il pontificato di Benedetto XVI, ma soprattutto la capacità di Francesco di aver tirato fuori la Chiesa dalla stagione degli scandali, Vatileaks in primis dove, denuncia Svidercoschi, “nell’anonimato, c’erano autorevoli ispiratori e cospiratori”. Quei “lupi” di cui parla Marco Politi e che qualcuno in Vaticano spera tornino presto in azione.