Papa Francesco obbliga il prete indagato per pedofilia di Comunione e liberazione a ritirarsi a vita privata. Destinatario del durissimo provvedimento vaticano è don Mauro Inzoli, riferimento del movimento fondato da don Luigi Giussani in Lombardia (leggi). “In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, – si legge nel decreto emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede – don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. Don Mauro – prosegue la condanna dell’ex Sant’Uffizio – non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’Eucaristia e gli altri sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’Eucaristia privatamente. Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgono. Non potrà assumere ruoli di responsabilità e operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia”.

Inzoli è stato per vent’anni uno dei maggiori punti di riferimento di Comunione e liberazione in Lombardia, animatore della onlus “Fraternità”, associata della Compagnia delle opere e da anni presente al meeting ciellino di Rimini, ma soprattutto fondatore del banco alimentare, la raccolta di viveri destinati ai più bisognosi che, una volta l’anno, si tiene in tutti i supermercati italiani. La sentenza del Vaticano è arrivata prima di quella della magistratura italiana per colui che sarebbe stato il confessore di Roberto Formigoni, soprannominato “don Mercedes” per le sue passioni per le auto di lusso, i sigari, i ristoranti alla moda e le frequentazioni politiche. Un provvedimento durissimo, quello voluto da Papa Francesco per don Inzoli, sulla linea della tolleranza zero nella lotta alla pedofilia, di poco inferiore a quello emanato per l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana Jozef Wesolowski, condannato in primo grado per abusi sessuali dall’ex Sant’Uffizio alla dimissione dallo stato clericale (leggi). Ma attualmente sotto indagine per pedofilia, come ha rivelato lo stesso Bergoglio, ci sono ancora due vescovi (leggi).

Del resto sugli abusi sessuali del clero sui minori Papa Francesco è stato chiarissimo definendoli “messe nere” e “culto sacrilego”. Condanne che Bergoglio ha ribadito nuovamente alle sei vittime che hanno partecipato, il 7 luglio scorso, alla Messa a Santa Marta e alle quali ha chiesto “umilmente perdonoper gli abusi e per i “peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa” (leggi). Non a caso il Papa ha subito istituito una Pontificia Commissione per la tutela dei minori (leggi), coordinata dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, nella quale c’è anche una vittima degli abusi (leggi), l’irlandese Marie Collins, ma dove potrebbero presto entrare altre persone che hanno subito la stessa violenza per aiutare Bergoglio ad attuare la linea della tolleranza zero nella lotta alla pedofilia.

“Dobbiamo fare tutto il possibile – ha detto Francesco alle sei vittime che ha incontrato singolarmente a Santa Marta – per assicurare che tali peccati non si ripetano più nella Chiesa” perché “non c’è posto nel ministero della Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali; e mi impegno a non tollerare il danno recato a un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale”. Ed è quello che è già avvenuto con don Inzoli e con l’ex nunzio Wesolowski e che molto probabilmente avverrà anche con gli altri due vescovi che sono sotto indagine per lo stesso reato.