Un filo d’olio extra vergine d’oliva, sottile e saporito, è il filo conduttore, che da febbraio, con “QOCO: Un filo d’olio nel piatto”, festival di Andria dedicato alla cultivar pugliese coratina, al prossimo marzo con Sol&Agrifood, rassegna internazionale dell’agroalimentare organizzata in concomitanza col Vinitaly, ci porta alla scoperta di questo versatile alimento. Di olio evo se ne parla tanto, perché lo si conosce poco in tutte le sue sfaccettature e lo si ama sempre di più. A parlarne sono produttori, agronomi, esperti del settore, chef, ma anche psicoterapeuti, docenti di filosofia, artisti e antropologi che raccontano la propria “visione” dell’olio. La scrittrice siciliana Giuseppina Torregrossa – autrice di libri dalla narrazione seducente, vibrante e calda come “L’assaggiatrice” e “Il conto delle minne” – di olio extra vergine d’oliva ha sempre scritto. L’olio evo sarà il protagonista del suo prossimo libro.

Nel “L’assaggiatrice” c’è un magnifico passo, molto erotico, in cui la protagonista viene massaggiata con olio extravergine d’oliva biologico. Come intende il rapporto tra Eros e olio evo?
L’olio è da una parte un condimento, un mezzo per cuocere i cibi, dall’altro un elemento che ha qualcosa di magico, di ancestrale. L’olio è quello con cui vieni battezzato, con cui ti segnano prima di morire, per cui è indiscutibile il legame fra l’olio e un’immaginazione dell’uomo che va oltre qualsiasi elemento sensoriale. Questo mezzo un po’ “morbido” è un invito al contatto. Il filo conduttore dei miei libri è l’erotismo. Si pensa che l’erotismo sia il sesso, ma in realtà è la partecipazione alla vita. C’è erotismo nella cucina, in una bella giornata di sole, in una nuotata. L’erotismo dell’olio è in questo invito al contatto, al contatto fisico, alla stimolazione più che del gusto… alla stimolazione tattile. L’olio è una delle cose che più mi appassionano della vita, perché basta un olio cattivo per uccidere un buon cibo e un olio buono per esaltare un cibo misero.

Il suo piatto preferito è la caponata…
Lei avrà seguito la recente polemica sulla caponata… la Star ha dovuto fare le sue scuse. Tutte le siciliane si confrontano con la caponata. La caponata è un piatto un po’ particolare, è un po’ come il cous cous per altri versi. E’ un piatto che invita alla convivialità, alla condivisione, perché in qualunque famiglia siciliana si comincia alle 7 di mattina a friggere le melanzane! Si frigge con le zie, le nonne, le cugine e chiunque arriva comincia a tagliare le melanzane… Insomma, dà una mano d’aiuto. La cucina è il cuore pulsante della casa, è un organo nelle case, è un organo che pulsa il sangue, in questo caso pulsa olio d’oliva, melanzane e sugo di pomodoro. La caponata è un piatto così lungo ed elaborato che invita a stare tutti insieme. Lei lo sa come si distingue una donna siciliana, una madre siciliana da tutte le altre madri? Dal fatto che il 15 agosto frigge melanzane! Nessuna donna al mondo lo fa! Solo le madri siciliane!
L’altro elemento della caponata è che ognuna ha la sua, perché caponata è un modo di cucinare, non c’è una ricetta unica, perché ad esempio nella Sicilia orientale, a Siracusa ad esempio, mettono i peperoni, mentre nella Sicilia occidentale, a Palermo, è considerata una follia mettere i peperoni. La verità è che la caponata non nasce vegetale, ma nasce per imitazione da un piatto ricco preparato dai cuochi francesi, i Monsù, nelle case dei nobili siciliani. Dentro la caponata c’era dentro tutto quello che il popolo non si poteva permettere: fegatini, uccellini, carne. Per cui la versione povera contadina comprendeva tutto tranne la carne, il pesce… Ultimamente da ”L’assaggiatrice” devo dire che sto avendo tante soddisfazioni, perché – oltre al seminario tenuto all’Università di Yale sul tipo di linguaggio usato – ne nasce un verbo che è “caponare”, un neologismo, che può avere molti significati, come può immaginare… ma alla base di tutto nel termine “caponare” c’è l’”incontro”.

La caponata è il piatto che le piace di più, ma se lei dovesse pensare ad un ingrediente preferito, quale sarebbe?
Nei miei libri si è passato dalle ricette ai singoli alimenti, fino ai singoli nutrienti. Per esempio ho scritto di caffè in “La miscela segreta di casa Olivares”, ma c’è un alimento di cui voglio parlare nel mio prossimo libro. Ho già il titolo: “La collina d’argento”. E’ una storia vera e purtroppo tragica, perché la protagonista non è più con noi ed è in memoria sua che io la racconto. E’ la storia di una collina coltivata ad ulivi dove questa ragazza nasce, cresce e da cui poi si allontana. L’elemento è appunto l’olio d’oliva, che viene prodotto dal padre. Io mi sento molto povera perché non possiedo ulivi. Mi piacerebbe tantissimo avere un ulivo… fosse anche uno solo!