tribunaleMentre ieri trionfalmente l’Associazione Nazionale Magistrati celebrava l’iniziativa Tribunali aperti nella ‘giornata della giustizia’, facendo pubblicare sui giornali una suggestiva vignetta tesa a spiegare che la riforma della responsabilità civile dei magistrati “non ce lo chiede l’Europa”, dimenticando invece come se da un lato non è proprio vero, dall’altro ce lo chiede proprio l’Italia, attesa l’evanescenza della legge Vassalli, e in attesa che il dott. Barbuto (la cui presenza apicale presso il ministero della Giustizia è stata invocata dal sottoscritto in questa sede almeno due anni fa, poi avvenuta) razionalizzi finalmente il sistema giustizia, cogliamo l’occasione per riflettere su un tema enorme: quando il processo trasforma infondatamente gli indagati-imputati in mostri.

Ciò avviene, nell’ampia casistica, soprattutto nei processi inerenti gli abusi sui minori (che si aprono anche in seno a separazioni molto conflittuali, come arma di distruzione e alienazione genitoriale). Il processo pretende, soprattutto in materie delicate, la straordinaria professionalità, competenza, onestà, indipendenza dei soggetti in gioco (magistrati, avvocati, consulenti), diversamente divenendo – paradossalmente – la sede distruttiva di vite umane. Distruzione che, giova ricordarlo, rimane assai spesso se non sempre impunita.

Ospito al riguardo le attente riflessioni dell’avv. Tania Rizzo: “Quando ci si avvicina, per svolgere la propria attività professionale o nelle vesti di cittadino che vuole capire di più, ad un processo penale per abusi sessuali su minori si deve sempre mettere in conto che se ne uscirà colpiti e, forse, cambiati per sempre. Sono vicende oscure e malsane non solo quando esse, all’esito del processo, risultano vere ma anche e maledettamente quando esse si rivelano montature infondate.
Alla fine, in un caso o nell’altro, chi era stato additato in città, fra i suoi parenti e amici, sul posto di lavoro e nella parrocchia come mostro tale resterà, mostro a vita, e le vittime, chiunque esse siano e qualsiasi età abbiano, avranno sempre nei propri ricordi le numerose domande di magistrati e consulenti tecnici o periti sui –presunti- fatti avvenuti oltre che, purtroppo, la netta convinzione che l’abuso sessuale ci sia stato anche quando si è accertato che esso non è, fortunatamente, avvenuto.

Perché? Il motivo è semplice quanto terribile: in un gran numero di questi processi fanno la parte del leone consulenti tecnici o periti che non sempre hanno specifiche competenze professionali per gestire al meglio la partecipazione di bambini e adolescenti nella vicenda giudiziaria e, soprattutto, per prevenire ed evitare gli effetti nefasti che da tale partecipazione deriverà.

Da subito il pubblico ministero, soggetto titolare delle indagini preliminari, cioè dei primi momenti della vicenda giudiziaria, si dovrebbe avvalere di psicologi, psichiatri, neuropsichiatri scientificamente competenti sulla complessa e sensibile anima di bambini e adolescenti, così facili prede, purtroppo, di suggestioni ed induzioni di memoria da parte di adulti fino a non poter più distinguere quale sia il loro vissuto e quale l’innesto di memoria estraneo.
Infatti, la prima intervista fatta a bambini interessati da queste vicende giudiziarie è svolta dal pubblico ministero con l’ausilio di tecnici o, come di frequente, solo da questi tecnici ai quali è stato assegnato un preciso quesito investigativo.
Questo primo contatto con il bambino presunto abusato è, quindi, quello più importante per lo svolgimento di un processo giusto per tutte le parti in causa; ma esso lo è anche per la tutela psicologica da fornire agli stessi minori, per evitare, insomma, che essi debbano essere risentiti altre volte da altri consulenti tecnici e che diventino, loro malgrado, vittime del processo.

A questo primo ascolto del bambino si dovrà poi fare riferimento nel caso di emissione di ordinanza di custodia in carcere: sulla risposta di questa prima consulenza tecnica del pubblico ministero il giudice deciderà se applicare o no la carcerazione preventiva.

Se, sin dall’inizio, il pubblico ministero non sceglierà tecnici seri, equidistanti e super specializzati che lo aiutino nella difficile attività di investigare nella mente di bambini, ci troveremo di fronte ai numerosi paradossi giudiziari nei quali, dopo che questi minori sono stati sottratti alla gioia della loro condizione di bambini, sottratti alla scuola, all’asilo, alla spensieratezza dei loro anni e obbligati a dire, e ripetere e ripetere ancora quello che tecnici non preparati e non imparziali gli indurranno o solleciteranno a dire, saranno vittime di questi processi.

Ma con i bambini vittimizzati dal processo ci saranno altre due vittime: l’imputato, il mostro, che condannato o assolto mostro resterà per tutta la sua vita e la giustizia, questa sì, abusata e vilipesa e senza alcun difensore che la possa aiutare”.