La Francia col velo, la Francia con il volto coperto. La Francia con le scuole miste, dove la laicità intesa come libertà di scelta e quindi come valore aggiunto, si mescola al capo nascosto e contestato delle studentesse islamiche.

La Francia degli accenti coloniali, delle metropolitane senza frontiere, delle insegne bilingue arabo-francesi esposte fuori dai piccoli negozi alimentari, aperti fino a mezzanotte per concorrere al grande supermercato. Casa e bottega per l’algerino che lo gestisce, casa e bottega per la moglie che lo aiuta e per i figli di seconda generazioni, cittadini francesi a tutti gli effetti.

La Francia iraniana di Marjane Satrapi, dell’esercito e della polizia col mitra fuori dalle stazioni del metrò, dei medici tunisini negli ospedali di eccellenza. La Francia della satira e dei giornali in crisi, che non chiudono nonostante tutto. La Francia di Charlie Hebdo.

Questa la Francia che ho conosciuto io, Parigi per l’esattezza, un po’ diversa dal resto del Paese ma pur sempre il suo riflesso, è una città che ti sfida al confronto. Il resto del mondo è qui, questa città non è solo casa tua, è la casa di chi ci sa vivere. Poche storie.

Parigi da adolescente e Hammamet da bambina sono state le mie due case, il posto dove da un lato sono cresciuta io, dall’altro sono cresciuti i miei nipoti. Diverso l’accento ma stessa la lingua.

La penna e la matita fanno paura, ma non uccidono. Satira sempre e comunque, perché la satira è pensiero critico, che non uniforma ma valorizza le differenze, quello che ti fa vivere bene da laica in un paese laico e da laica in un paese musulmano.

Per tutti questi motivi oggi pomeriggio, alle 18, sarò in piazza Farnese, davanti all’ambasciata di Francia, per la manifestazione in segno di solidarietà promossa da Articolo 21, Cgil e Fnsi.

Sarò lì, con tutta la Francia che porto nel cuore e con tutto l’Islam che conservo nei ricordi. Sarò lì con mio figlio Mattia e con Enrico nella pancia. Io sono Charlie Hebdo e questa è la mia Francia.

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