Dighe progettate negli anni ’60, costate 250 milioni di euro e poi abbandonate a se stesse, porti inaugurati e mai utilizzati per l’assenza di una strada d’accesso, teatri quasi pronti dopo trent’anni di lavoro ma che non verranno mai aperti al pubblico per l’eccessivo costo di gestione. A mettere in fila tutte le opere pubbliche incompiute disseminate per la Sicilia non rimane alcun dubbio: l’isola è chiaramente la Regione più incompleta d’Italia. Decine e decine di opere pubbliche mai completate, dalle dighe, ai porti, alle strade, che alcuni attenti osservatori hanno voluto schedare sul portale incompiutosiciliano.org. E dire che lungo tutta la prima Repubblica gli storici ras della Democrazia Cristiana inviavano in Sicilia finanziamenti a dieci zeri per modernizzare l’infrastrutture. In cambio di centinaia di miliardi di soldi pubblici sull’isola sono rimaste decine di opere incompiute e inservibili. È il caso del Teatro Popolare di Sciacca: venne progettato nel lontano 1973 da Giuseppe Samonà, che gli diede provvisoriamente anche il suo cognome, dato che i lavori sarebbero iniziati soltanto sei anni dopo, grazie ad un finanziamento da trenta miliardi di lire della Regione Siciliana.

Troppo pochi, a quanto pare, dato che dopo appena tre anni i lavori si bloccano: un impasse lungo fino agli anni duemila. Nel frattempo la cittadinanza si spacca in due: c’è chi chiede il completamento del teatro, chi invece protesta perché lo vorrebbe demolire. Con i secondi si schiera perfino il regista Werner Herzog che propone una soluzione: fare esplodere il teatro per rappresentare il Crepuscolo degli Dei di Wagner tra le macerie. Un’idea mai messa in pratica, dato che per abbattere l’intera struttura si sarebbero dovute piazzare cariche di tritolo sufficienti a distruggere mezza città. Ecco quindi che, accantonata l’ipotesi dell’esplosione, la Regione interviene di nuovo nel 2006, finanziando nuovi lavori con 8 milioni e mezzo di euro. Altri tre anni di lavoro ed il teatro è quasi pronto: mancano solo le ultime rifiniture. Per completare definitivamente l’opera interviene nuovamente la Regione, disponibile ad erogare un finanziamento da 350mila euro. Solo che nel frattempo è sorto un problema: a chi farlo gestire? I costi dell’enorme struttura infatti sono proibitivi sia per un ente pubblico che per un privato: secondo il Comune di Sciacca ci vorrebbero tra i 600 ai 900mila euro l’anno. Come dire che in pratica dopo trent’anni il teatro Popolare di Sciacca rischia di essere inaugurato per poi rimanere chiuso per sempre, con buona pace di Herzog e anche di Wagner.

E se il teatro di Sciacca è ad un passo dall’essere inutilmente ultimato, fa quasi impressione guardare quello che doveva essere lo scorrimento veloce Mussomeli – Caltanissetta: i lavori sono iniziati nel 1990, finanziati con 18 miliardi di lire, eppure oggi ci sono soltanto dodici piloni, dimenticati nella campagna al centro della Sicilia. Dall’opera pubblica incompiuta, sono riusciti a tirarci fuori una riconoscimento artistico a Cammarata, in provincia di Agrigento. Il viadotto che doveva collegare la periferia della cittadina con il centro storico non è mai stato finito: una studentessa dell’istituto tecnico cittadino, però, ha fotografato il ponte incompiuto, riuscendo a vincere un premio ad un concorso fotografico interamente dedicato alle opere pubbliche non completate.

Simbolo dell’incompiuto siciliano è sicuramente la diga di Blufi, in provincia di Palermo, sulle Madonie, progettata nel lontano 1963: sarebbe servita per collegare le vicine dighe Ancipa e Fanaco, raccogliendo 22 milioni di metri cubi d’acqua, da distribuire ai comuni delle provincie di Agrigento, Caltanissetta ed Enna. La storia della diga Blufi è segnata sin dal primo momento, dato che dagli anni sessanta i lavori iniziano soltanto nel 1990, trent’anni dopo. Solo che gli abitanti della zona non ci stanno: quella diga, secondo loro, deturperebbe lo splendido panorama madonita. La situazione, almeno in quel caso, si sblocca subito. Il merito è dell’allora assessore regionale ai Lavori Pubblici, il pittoresco democristiano agrigentino Salvatore Sciangula che promette ai cittadini non solo i classici nuovi posti di lavoro, ma anche gare di canottaggio e windsurf sulla diga, con annesse turiste svedesi in topless, che sarebbero arrivate in provincia di Palermo per godersi gli avvenimenti sportivi. Gli abitanti di Blufi si convincono, e i lavori partono grazie ad un maxi finanziamento da 180 miliardi di lire: somma che si moltiplica rapidamente dopo una serie di varianti d’opera. Cinque anni di lavori a singhiozzo e tutto si ferma di nuovo dato che nel frattempo viene istituito il parco delle Madonie: non è più consentito prelevare materiale nelle cave comprese nella zona protetta. Nel 2001, subito dopo la vittoria delle elezioni regionali, il nuovo governatore Totò Cuffaro annuncia in pompa magna la riapertura dei cantieri elargendo subito un finanziamento da altri 80 miliardi di lire. I cantieri quindi riaprono, ma si fermano subito, dato che il Ministero dell’Ambiente contesta l’impatto ambientale dell’opera: la stessa critica mossa quindici anni prima dai cittadini, poi inebriati dall’immagine delle svedesi in toples materializzate da Stoccolma nella ridente Blufi. Dove a più di 40 anni dalla progettazione non sono bastati i 260 milioni di euro spesi fino ad ora per inaugurare l’ormai mitica diga: per finirla ci vorrebbero altri 150 milioni che la Regione, ormai, non può più avere a disposizione. Nel frattempo l’assessore Sciangula è passato a miglior vita, mentre di svedesi in topless a Blufi neanche l’ombra.

Completato e inaugurato è stato invece il porto di Balestrate, in provincia di Palermo: nel 2002 amministratori locali e regionali avevano affollato la cerimonia di presentazione del nuovo piccolo scalo portuale. Che però 12 anni dopo è ancora inaccessibile. Il motivo? La strada d’accesso si blocca 400 metri prima del previsto. I liquidi per finanziare quell’ultima lingua d’asfalto sono finiti in corso d’opera, mentre nel 2012 il nuovo finanziamento regionale è sfumato per problemi burocratici. Il risultato è che a Balestrate oggi hanno un porto mai utilizzato ma già vecchio di dodici anni, con una strada d’accesso che non fa accedere da nessuna parte: una sorta di ossimoro delle incompiute.

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