Caos. E rivoluzione. L’incredibile errore del Cineca che ha scambiato le domande dell’ultimo concorso potrebbe dare ulteriore impulso alla riforma delle scuole di specializzazione in Medicina. La macchina è già in moto da tempo: nei piani del governo c’è la riduzione del numero di scuole e la revisione dei programmi. Ma soprattutto – e questo è il punto più controverso – l’introduzione di un secondo canale di inserimento in ospedale per i giovani medici non specialisti. E chissà che non possa contribuirvi proprio la protesta degli esclusi dall’ultimo concorso, di nuovo in piazza il 5 dicembre per chiedere le 12mila borse: al di là delle dichiarazioni spavalde arrivate dal Miur, al ministero della Salute sono preparati alla possibilità di dover accogliere i ricorrenti. L’ammissione in massa potrebbe essere l’occasione giusta per fare il grande salto e cambiare tutto. Anche se la creazione di una nuova figura professionale rischia di sconvolgere gli equilibri della sanità italiana, immettendo negli ospedali medici sottopagati e a tempo determinato. Per questo le incognite sono tante, sul breve e sul lungo periodo.

Da una parte c’è il piano di riorganizzazione delle scuole. Alcune saranno accorpate, e verrà ridotta la durata del corso, passando dagli attuali cinque a quattro o tre anni (eccezion fatta per dove sussistono vincoli per la normativa europea, ad esempio oncologia); i risparmi derivati saranno destinati all’incremento delle borse. Conseguentemente, ci sarà anche un riadattamento dei programmi didattici, con maggiore spazio riservato alla pratica in reparto. Tutto questo era già previsto dalla riforma dell’ex ministro Carrozza del 2013; il decreto legge 90/2014 ha fissato il termine ultimo per fine anno, perciò le conclusioni partorite dall’apposita commissione troveranno presto applicazione. Il riordino dovrebbe entrare in vigore a partire dal prossimo anno, e gli specializzandi in corso avranno la possibilità di scegliere tra il vecchio e il nuovo ordinamento. 

Ma la vera rivoluzione è quella contenuta nella bozza di disegno di legge del 5 novembre, attualmente allo studio del governo. Si parla di istituire un secondo canale, alternativo a quello tradizionale delle scuole di specializzazione, per chi non supera i test. L’idea è semplice: al termine del percorso di laurea, i medici non ammessi alle scuole entrano direttamente negli ospedali per un arco di tempo pari a quella del corso (3-4 anni), solo con l’abilitazione. Vengono inquadrati in un reparto specifico, senza indicazioni delle università o rotazioni, con il contratto del comparto (dunque non in fascia dirigenziale, equiparati a infermieri e ausiliari). E al termine di questo periodo di “prova” possono accedere in sovrannumero ad una scuola di area medica, per completare la parte teorica (seminari, lezioni, ecc.) della formazione specialistica, che è di competenza esclusiva dell’università. Qui, però, subentrano i primi dubbi. Ad esempio la definizione del titolo: la bozza assicura anche per loro l’accesso ai concorsi per dirigenti, ma è evidente che questo nuovo tipo di specializzazione non potrebbe avere identico valore di quella rilasciata a chi entra nelle scuole. E secondo alcuni esperti l’Europa potrebbe non riconoscere il titolo, che sarebbe così valido solo per l’Italia.

Poi c’è la questione economica. Questi specializzandi di “seconda categoria” sarebbero retribuiti meno dei loro colleghi che prendono circa 1.600 euro netti al mese (non si sa, invece, se verrebbero pagati nel periodo di formazione teorica). Aggregati ad uno specifico reparto, costituirebbero di fatto una cospicua massa di forza lavoro, precaria e a basso costo (considerato che un medico in ingresso guadagna circa 2.300 euro). E qui sta il vero nodo del provvedimento: questi medici (ciclicamente rinnovati) colmerebbero le necessità dei reparti e il fabbisogno del personale, con una possibile contrazione delle assunzioni in futuro. L’ipotesi del doppio canale rappresenterebbe una chance in più nell’immediato per i tanti laureati che non riescono a entrare nelle scuole (circa il 50%, quest’anno le borse erano 5.500 a fronte di 12mila domande). Ma sposterebbe più avanti l’imbuto: con meno concorsi il posto fisso diventerebbe più difficile per tutti, vecchi e nuovi specialisti.

Il dibattito è molto acceso. Il piano piace agli ospedalieri (che sottrarrebbero ai colleghi universitari l’esclusiva degli specializzandi) e scatena la rivolta degli atenei: professori di tutta Italia hanno dato vita a una petizione da oltre 5mila firme che ha rallentato i piani del Ministero. Anche Federspecializzandi (una delle principali associazioni di categoria) si è detta fortemente contraria. Ma la prospettiva di soddisfare le esigenze degli ospedali e al contempo centrare un grosso risparmio di spesa, alletta il governo e spinge la riforma. Insieme all’incidente dell’ultimo concorso: offrire agli esclusi la possibilità di accedere a questo nuovo canale potrebbe essere la soluzione per sanare l’errore del Cineca e disinnescare i ricorsi (di fronte all’ipotesi di una lunga battaglia in tribunale, tanti potrebbero accontentarsi di uno sbocco immediato). Ma il progetto continua a far discutere. In ballo c’è il futuro dell’intera categoria professionale dei medici. E in fondo di tutta la sanità italiana. 

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