Presepe sì, presepe no, a scuola. Stavolta il dibattito di questi giorni non è sul crocifisso ma sul presepe. Il preside dell’istituto “De Amicis” di Bergamo ha invitato a non fare il presepe ed è scoppiato il finimondo. “La scuola pubblica – ha spiegato il dirigente Luciano Mastrorocco – è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione. In classe ognuno può portare un contributo, ma accendere un focus cerimoniale e rituale può risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che gli appartiene. Non sono l’anticristo, ma questo è l’orientamento che ho dato all’istituto da otto anni, da quando sono arrivato qui. E’ stato un modo per rispettare tutti”. L’avesse mai detto. Immediata la reazione dei genitori: “E’ giusto far crescere i figli secondo il nostro credo, poi da grandi saranno liberi di seguirlo o no”.

Peccato che i primi anni di scuola siano quelli che formano una persona: educarla in una scuola laica o cattolica non è la stessa cosa. Così come avvalersi dell’ora di religione o meno.

Il sottosegretario all’Istruzione Roberto Toccafondi non ha fatto mancare il suo commento: “Un atto privo di ragioni e di laicismo esasperato. Il Natale è la memoria di un fatto storico e non solo un avvenimento di fede per molti credenti”. Va detto che anche la nascita di Maometto è un atto storico!

E via con le dichiarazioni dei politici: da Carlo Giovanardi che in realtà propone una provocazione interessante, “se in Italia dovessimo seguire le farneticanti motivazioni del preside del De Amicis dovremmo abrogare la festività del 25 dicembre”; a Matteo Salvini che improvvisamente si preoccupa anche del presepe portandone uno davanti all’ingresso della scuola.

Non è mancata la riflessione degli intellettuali della sinistra radical chic. Michele Serra su Repubblica parla di un “Natale che qui non è solo una ricorrenza religiosa ma un momento identitario” senza spiegare a quale identità fa riferimento perché chi scrive non si identifica, per esempio, nel Natale. Corrado Augias, prova invece a ritrovare il senso di quelle statuine. Non so da quanto tempo Augias, Serra, Salvini e Giovanardi non mettano piede in una scuola ma dovrebbero sapere che in molte scuole il Natale “occupa” le aule con lavoretti di vario genere fatti nelle ore di educazione artistica al posto di insegnare ai nostri ragazzi l’importanza dell’arte nella nostra cultura; con canzoncine di Natale (dal classico “Tu scendi dalle stelle” a “Natale puoi dare sempre di più”) preparate (ahimè) nelle ore di educazione musicale per la consueta “rappresentazione natalizia” davanti a mamma e papà con tanto di lacrimuccia agli occhi e una spruzzata di inutile nostalgia per il tempo che passa.

In una scuola laica e “aperta a tutti” il Natale va vissuto comprendendo il valore che ha per un cristiano e può essere l’occasione per parlare dell’importanza della festa anche in altre religioni. Il 3 gennaio 2015 è la festa di Mawlid in cui si ricorda la nascita del profeta Muhammad mentre il 5 gennaio si celebra la nascita del Guru Jayanti.

Ora il crocifisso e il presepe piuttosto che la sura del Corano o la mezuzah allo stipite della porta, ben vengano se non sono solo un simbolo, una tradizione, una suppellettile. Va spiegato ai bambini. Quei pastori, quel Cristo che si fa bambino, quella giovane madre che partorisce, quel bue e quell’asino hanno un significato. Lo possono avere anche per un ateo. Il perpetuarsi di un rito svuota il significato profondo di un evento che può coinvolgere anche i nostri fratelli musulmani o induisti.

Un anno in una scuola mi obbligarono a far fare “qualcosa” alla mia classe in occasione dell’inutile “saggio natalizio”. Con i miei ragazzi lessi Gli auguri scomodi di don Tonino Bello. Forse, dovrebbero leggerli anche Salvini e Giovanardi o rileggerli Serra e Augias. Dovrebbero meditarli tutti coloro che fanno un presepe o che accendono una lucina in classe:

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.

I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.