Fosse stata una canzone il grido della generazione giapponese che ha fatto capolino nel terzo millennio sarebbe stato un qualcosa a metà strada tra l’urlo di Robert Plant in Immigrant song dei Led Zeppelin ed i vocalismi neri di The Great Gig in the sky dei Pink Floyd.

E l’armonia di fondo di questo osannato regista e drammaturgo nipponico Takahiro Fujita, neanche trentenne ma già star del Sol levante teatrale che guida la compagnia “Mum & Gypsy”, stilla poesia e punte amare che sprizzano in questa scena vuota dove si erge al centro soltanto una tenda da campeggio triangolare, ed intorno il vuoto dove correre, non felici, non per inseguire ma per fuggire, unica struttura e per di più pericolante, che ondeggia al vento, che può cadere come le costruzioni dei tre porcellini di fronte al lupo cattivo.

Dopo essere stati portati in Italia da Pontedera Teatro che ce li hanno fatti vedere nella Fabbrica Europa fiorentina, adesso sono tornati in Europa con una tournée che ha toccato Sarajevo, Novara, Ancona e la Messina del nuovo direttore del Teatro Vittorio Emanuele, Ninni Bruschetta (lo “smarmellatore” della serie tv Boris) che ha confezionato, con poco tempo a disposizione, una stagione di grande rilievo internazionale e forte impatto per tutta la Sicilia. Ci sono dei fili percorsi ed intagliati nel viaggio teatrale frastagliato, come la scrittura, che tornano e ritornano, riecheggiano cercando collocazione in questo “Dots and lines, and the cube formed”, punti e linee e il cubo in divenire.

Una generazione, implosa più che esplosa, tra la voglia di andare e quella di non somigliare ai propri genitori, e la negazione, la difficoltà di un mondo che è visceralmente mutato e velocemente prende pieghe imprevedibili e non controllabili. Una piccola scacchiera sulla quale stanno minuscoli personaggi, pedine mosse dall’alto, come tanti Pinocchio (citato in video), burattini ingarbugliati di fili, impressi di scelte non loro, consapevoli del fallimento in atto, immobili come in un presepe dove non arriverà il Redentore per portarli in salvo.

In questa realtà in miniatura i ragazzi-giocattolo (un po’ Lego un po’ Playmobil) si sentono annegare nel guado, affogare nel limbo, impantanati nel fango tra quello che altri avrebbero voluto per loro e le loro aspirazioni ancora da farsi in quest’intorno grigio e pessimista che li attanaglia, li soffoca, li bracca, li soffoca. Aleggia una sensazione “come se qualcosa possa accadere da un momento all’altro”, sempre in quell’attimo prima del grande tuffo che non accade, prima della chance che non arriva, ed è quella che vive sulla propria pelle questa generazione (anche in Europa ed in Occidente in genere) piena, forzatamente, di illusioni e speranze che cozzano contro muri di gomma spessi e ruvidi.

I ragazzi si sentono schiacciati senza neanche vedere chiaramente il loro nemico; è nel bosco, quello reale ma anche quello metaforico delle favole, il bosco del passaggio dall’infanzia all’adolescenza (Cappuccetto Rosso), ma anche dove puoi incontrare le bestie feroci e scoprire le meraviglie della natura incontaminata. Il bosco dove scappare (come Into the wild di Sean Penn) come fa la protagonista che rifiuta i codici e le regole (ma non in stile punk, non arrabbiata e nemmeno distruttiva), i preconfezionati standard che la società degli adulti le ha preparato.

Con una tenda da campeggio (e qui vengono in mente i soldati fantasma, gli ultimi arresisi solo negli anni ’90 credendo che la Seconda Guerra Mondiale non si fosse mai conclusa) la protagonista lascia la scuola, la famiglia, decide di rinunciare di incanalarsi verso il grande fiume di diplomati, di neolavoratori, di disoccupati, di potenziali padri e madri, di frustrati e di infelici in questa società sempre più competitiva di crisi, licenziamenti, di record di suicidi come il Giappone esprime, annientati dalla dignità, dal rispetto, dal contegno dovuto.

La ragazza lascia tutto per cercare la sua strada, la sua decrescita felice (non però Bella Addormentata nel bosco, la fanciulla non aspetta nessun Principe Azzurro per ridestarsi), scende dal tram in corsa perché la direzione la porterebbe in un tunnel affollato, dove ci si abbevera del senso di impotenza, di insoddisfazione, di colpa, di inadeguatezza.

E’ una calma non serena quella che i sei sulla scena intraprendono, con picchi altamente rock, un senso di rottura pacato, certo destabilizzato e moderato quindi ancora più complicato nei confronti dell’individualismo protestante europeo. I giovani americani comprano on line fucili da guerriglia afgana e fanno stragi a scuola (Bowling a Colombine di Michael Moore), la massima rivolta dei giovani nipponici è prendere la via della boscaglia, quasi come fanno i delfini spiaggiati, gli elefanti nell’ora della morte.

Qui, in questa parte di globo, la ricerca dell’autoaffermazione come della propria consapevolezza è vista come rifiuto dei valori fondanti, delle regole, negazione della famiglia, delle radici, del passato, della storia. Ma i lupi e gli orsi, qui in miniatura (ci ha ricordato la piece tutta realizzata con pezzetti mignon, Mi gran Obra di David Espinosa) ma ingigantiti sul velo-grande schermo, sono visti come potenzialità di libertà e non come crudeltà in essere, come corsa tra gli abeti innevati sentendo i bisogni primari piuttosto che come artigli per uccidere. L’animale segue il proprio corso e cerca la propria sopravvivenza che diventa anche la propria felicità. Atmosfere antiborghese da Bunuel, aria satura tra Cronenberg e David Lynch.

Le idee, le illusioni, i sogni presi in prestito dai genitori mentre il mondo là fuori sta cambiando a ritmi vertiginosi e questi ragazzi che non riescono a coglierlo, a fermarlo, né a contrastarlo né a contraddirlo. Restare o andarsene, this is the question. Altro che rottamatori. La scrittura di Fujita è circolare, riprende temi ed intere frasi in un carillon di livelli che sembrano ritornare al punto di partenza, come in un gioco dell’oca senza vincitori, contro un sistema che da una parte implode ma che non regala crepe di alternative nelle quali fiondarsi.

Questi ragazzi non vogliono “scegliere se essere vittime o carnefici”. Nel bosco si ritrova l’innocenza. Siamo punti che si devono unire, come api operaie, per formare linee e poi cubi, per sommarli ad altri cubi e innalzare torri senza senso; invece siamo coriandoli, fiocchi di neve, granelli di sabbia, pulviscoli infinitesimali, siamo fanti che corrono indaffarati tra i quadrati bianchi e neri, siamo petali bianchi di ciliegio, siamo palline da tennis che rimbalzano e rotolano.

Riconsiderando la nostra pochezza potremmo trovare la felicità.

Foto di Ilaria Costanzo ©
Foto di Ilaria Costanzo ©