Nel Mediterraneo orientale si registra un preoccupante innalzamento del livello di tensione, dato anche (o soprattutto) dalla poca incisività delle istituzioni internazionali. Nella ‪‎ZEE‬ di ‪‎Cipro‬, che è uno stato membro dell’Unione Europea, da qualche giorno staziona provocatoriamente una nave oceanografica turca, la Barbaras. Lì sono impegnati in un programma di cooperazione per lo sfruttamento del gas Cipro e Israele, in virtù di un accordo siglato due anni fa.

Ma Ankara ha da sempre avanzato pretese sul gas cipriota che il diritto internazionale non prevede.

Vita a Cipro nel mezzo della crisiLa parte settentrionale dell’isola di Cipro è stata invasa da 50mila militari turchi sin dal 1974 in risposta ad un tentato colpo di stato greco, ma da allora i militari sono rimasti in pianta stabile sull’isola occupandola e l’hanno autoproclamata repubblica turca nord cipriota, senza il nulla osta dell’Onu né dell’Ue. Oggi gli idrocarburi presenti sotto il mare fanno gola alla Turchia, che però fa mostra di non rispettare la giurisprudenza e la sovranità di uno Stato membro dell’Ue. E così mentre il battello oceanografico turco entrava provocatoriamente in acque cipriote, ecco giungere per sorvegliare le cose una fregata russa, sei caccia israeliani che sorvolano ancora quotidianamente il settore n.9 della ZEE (un bacino in grado di coprire un terzo del combustibile utilizzato per la produzione di energia elettrica entro il 2040) e da oggi anche un sottomarino greco ed un cacciatorpediniere.

Nel luglio del 2013 la stampa greca diffuse la notizia che un missile turco era stato lanciato contro una nave italiana che lavorava per conto di Cipro. L’imbarcazione stava piazzando cavi sottomarini. La notizia non fu confermata dalle autorità e neanche la rappresentanza consolare italiana a Nicosia intese commentarla, ma fu il segnale di una situazione di potenziale tensione nell’intera zona. Oggi un altro gesto non diplomatico né distensivo. Ankara rifiuta di applicare le norme previste nel trattato di Montego Bay, del 1982 secondo cui la sovranità dello Stato può estendersi per massimo dodici miglia fino ad una zona di mare adiacente alla sua costa, il cosiddetto mare territoriale, su cui il singolo Stato esercita le proprie prerogative. Invece lo sfruttamento esclusivo di minerali, idrocarburi liquidi o gassosi, si estende su tutta la propria piattaforme continentale, intesa come il naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare negli abissi. Per cui lo Stato costiero (e non l’invasore) è unico titolare del diritto di sfruttare tutte le risorse biologiche e minerali del suolo e del sottosuolo.

Lecito chiedersi: perché Unione Europea e Nato tacciono di fronte a comportamenti del genere? Non sarà che gli intrecci con la battaglia contro l’Isis hanno fatto chiudere gli occhi a chi, anche oltreoceano, dovrebbe garantire il rispetto non solo dei trattati ma delle più elementari norme di convivenza fra stati?

@FDepalo