Dopo l’allarme per un sospetto caso Ebola a Roma rivelatosi poi una crisi di epilessia il ministero della Salute Belgio conferma che lunedì pomeriggio è stato ricoverato all’ospedale Saint Pierre, specializzato in malattie tropicali, un paziente che a inizio mese si trovava in Guinea e che ora ha i sintomi del virus. L’uomo è stato isolato in una camera speciale a pressione negativa. Sono ora in corso le analisi e si saprà nelle prossime 48 ore se il paziente ha realmente contratto il virus.

Rimane alta l’allerta dopo i primi casi di contagio accertati nei giorni scorsi negli Stati Uniti e in Spagna. Quello dell’infermiera di Madrid è stato il primo episodio nel vecchio continente. Ancora in corso le verifiche sulla trasmissione del virus, anche se la donna, Maria Teresa Romero Ramos, faceva parte del team che ha assistito Manuel Garcia Viejo, il missionario iberico morto dopo aver contratto il virus della febbre emorragica in Sierra Leone. L’infermiera potrebbe aver compiuto un errore mentre si stava togliendo la tuta, dopo uno dei trattamenti sul paziente. La procedura errata potrebbe averla messa in contatto diretto con i tessuti utilizzati per toccare l’uomo infetto, trasmettendole il virus. Dopo l’immediato ricovero, la donna, che dopo la morte del paziente aveva iniziato ad accusare i sintomi della febbre emorragica in vacanza, ha gradualmente mantenuto condizioni stabili ed è iniziata addirittura a migliorare. In osservazione anche il marito dell’infermiera, mentre il loro cane è stato abbattuto per ordine del giudice. 

Il ministero dell’Interno della Spagna ha annunciato di avere ricevuto una dose del farmaco sperimentale ZMab, variante dello ZMapp, per curare l’infermiera la Romero. Secondo Fernando Rodriguez Artalejo, membro della commissione governativa allestita per monitorare il caso, ha dichiarato che ogni ora che passa dà all’infermiera maggiori possibilità di sviluppare una risposta immunitaria adeguata. Artalejo ha aggiunto che lo staff medico che si sta occupando di Romero verrà monitorato per 21 giorni, il periodo di incubazione del virus. 

Caso simile anche quello degli Usa, dove un’infermiera dell’Health Presbyterian Hospital di Dallas che faceva parte della squadra di medici che stava curando il “paziente zero”, Thomas Eric Duncan, anche lui deceduto, è stata infettata dal virus. Anche in questo caso la causa andrebbe ricercata in un errore nelle procedure di sicurezza: ”Non sappiamo cosa sia avvenuto nel trattamento del paziente di Dallas – ha affermato il direttore del Centro per il controllo delle malattie (Cdc) di Atlanta, Tom Frieden – ma ad un certo punto c’è stata una violazione del protocollo e quella violazione ha portato all’infezione”. Negli Stati Uniti è polemica perché l’infermiera non era tra le persone monitorate e lo stesso presidente Barack Obama ha chiesto di “investigare” su quanto accaduto. 

Secondo Tom Frieden dei Centers for Disease Control (Cdc), che guida gli interventi per contenere il virus sul suolo americano, negli Usa ci potrebbero essere nuovi casi di contagio. I suoi investigatori ora stanno contattando il personale ospedaliero che ha curato Duncan: “Dobbiamo ripensare il nostro modo di affrontare l’Ebola, perché anche una sola infezione è inaccettabile”, ha detto Frieden. Dopo un colloquio con la donna è stata identificata una sola persona che ha avuto contatti con lei nel periodo in cui poteva essere contagiosa. Questa persona, insieme ai 48 contatti di Duncan e agli operatori sanitari che lo hanno curato, vengono monitorati dai sanitari. “Tutti noi abbiamo di lavorare insieme e fare tutto il possibile per ridurre il rischio di infezione per gli operatori sanitari”, ha detto Frieden.