Taranto poteva essere la Venezia sullo Ionio. Ma adesso Taranto fa rima con Ilva. Cambiano le parole, rimane immutato il significato. Da Italsider a Ilva il passo sembra lungo, pare mirare lontano, ma sempre lì stiamo. Un’industria più grande della città che la ospita. Il panorama invaso da ciminiere a strisce bianche e rosse come gondolieri, boati bianchi e densi come panna rancida che si scagliano verso il cielo in funghi che rimangono un attimo sospesi prima di liquefarsi e mischiarsi alle altre nuvole di passaggio. Accanto alle recinzioni dell’Ilva (un mostro dove ci lavorano 12.000 persone), nel quartiere Tamburi (che ha nel nome la riscossa ma anche l’allarme, l’emergenza e la preoccupazione del suono dello strumento ancestrale) vive e non vegeta, ma crea e produce, la compagnia Crest che insiste sul Teatro TaTà, ex auditorium della scuola chiusa per i fumi irrespirabili emessi a pochi metri di distanza. Un teatro che non solo resiste, ma sta, non si arresta, non arretra, non scappa, non fugge, non cede di un millimetro.

Uno dei momenti più alti della programmazione messa in piedi dal direttore Gaetano Colella e dal suo staff di imperterriti sognatori donchisciotteschi è il festival settembrino “Start Up”, stimolo per ricominciare, tendere fili, portare a far vedere, e non solo a conoscere dalla cronaca amara, i luoghi che l’Ilva ha segnato e tutta quella costellazione di universi che Taranto raccoglie con la zona dell’acciaieria piena di cartelli inascoltati con scritto “Vendesi”, la città vecchia distrutta ed abbattuta, abbandonata e fatiscente ma incredibilmente affascinante nella sua decadenza, il “mare piccolo” con le gigantesche navi grigie della Marina Militare e la nafta che galleggia e gli allevamenti di cozze in laguna, il centro oltre il ponte girevole che sembra non accorgersi di quello che accade dall’altra parte della cortina di nebbia. Tante città in una sola. Difficili da raccontare.

Il quadro non è unitario ma la cappa incombe sopra a guardare, giudicare, corrompere. Ed è un tema pressante e sempre presente nelle drammaturgie che da qui partono e trovano linfa. La domanda cruciale è salvare la salute e rimanere senza lavoro o lasciare l’Ilva così com’è e permetterle di fare altri danni ambientali ed altre vittime sul lavoro, dentro lo stabilimento, e fuori per aver respirato il veleno a forma di nubi? C’è rassegnazione nell’aria. Andarsene, si ma dove? E con quali soldi? Si chiede la gente. Il teatro non dà risposte ma porta voce laddove è silenzio, mostra, fa toccare con la mano dello spettacolo dal vivo, del respiro della collettività radunata a raccolta. Di Ilva parla la performance audio dei Babilonia TeatriCon il mare facevamo il pane”, un’indagine scritta alla maniera del gruppo di Verona che ritorna alle frasi secche lanciate, negli elenchi rabbiosi da slogan nei cortei, alla protesta, con le interviste finali ai tarantini che denotano tristezza del vivere quotidiano, fatica, l’impotenza nel poter cambiare concretamente le cose, il sentirsi carne da macello, l’essere stati lasciati soli dall’Italia intera. “Morire di fame oggi o di malattia domani?”. Non ci sono risposte. “L’Ilva è il mostro che cancella l’orizzonte”. E Pasolini diceva che la povera gente può continuare tranquillamente a morire. C’è una polvere rossastra nell’aria ed è appiccicosa sulla pelle, la senti come miele, una patina di zucchero che ammanta le braccia, entra nel naso. E’ tangibile questo PM10 anche se non si riesce a vedere; lo senti in gola, come rospo che non scende e non sale. Fino alla provocazione: “Buttiamo giù la città e lasciamo solo l’Ilva”.

Anche la Bottega degli Apocrifi sapientemente attingono ad un classico di Ibsen per la loro trasposizione moderna. Da “Nemico del popolo” si arriva al loro “ResSòrt”, certo declinato in chiave ironica, ma che delinea perfettamente cause ed effetti, il bene comune e il bene privato, nel conflitto tra il Capitale e la cittadinanza. Da una parte il sindaco affarista, balla sul cubo, pelliccia, scarpe di vernice, contornato da veline varie, ed i piccoli consumatori che hanno dalla loro anche l’informazione e pian piano mettono a tacere i dubbi degli ambientalisti con una campagna denigratoria, squalificante nei confronti degli accusatori dello stabilimento balneare inquinato ed inquinante. La verità scambiata per invidia. Testo, purtroppo, perfetto per la situazione di Taranto. Si chiamano classici per questo, perché non hanno tempo né latitudini.

Perfetta sintesi il “Capatosta” dei padroni di casa del Crest con un Gaetano Colella energico e robusto capocantiere con esperienza, cinico, svogliato, menefreghista ed individualista, ed un giovane appena assunto, laureato, con sogni di rivolta ed un padre ucciso dai fumi della fabbrica innominabile. Uno scontro fisico, passionale, generazionale, valoriale, tra il benessere acquisito da difendere ad ogni costo, anche rimettendoci la salute e la vita, ed i sogni di rivoluzione con i ruoli invertiti rispetto alla stereotipata visione dei giovani come svuotati e passivi, dediti soltanto allo sport dello smart phone. In sottofondo i muggiti della fabbrica che tutto ammanta, le lotte sindacali messe sotto la polvere, le affermazioni difficili da buttare giù, “Non esiste più la classe operaia”, mentre vengono scanditi i nomi dei morti all’interno dell’Ilva, le morti sul lavoro, mentre migliaia sono le vittime di questa guerra civile per malattie respiratorie e tumorali. Sono tutti “morti di Stato”, quelli dentro che erano a lavorare, quelli fuori inconsapevoli a respirare: “Non stiamo morendo, ci stanno uccidendo”. Un teatro necessario.

Taranto