“Nel quadro generale delle riforme, creare dei simboli, dei totem è sbagliato. E una forma di conservatorismo di cui il paese è ammalato e bisogna che venga rimosso. Non si possono fare battaglie di comunicazione su simboli. Bisogna muoversi in avanti. Sono temi che avremmo dovuto affrontare tanti anni fa. Adesso dobbiamo affrontarli tutti insieme. Altrimenti il paese non riprende competitività”. Parola di Marco Tronchetti Provera.

Ovvero del presidente e amministratore delegato di Pirelli che ha commentato con queste parole le ultime mosse di Matteo Renzi sulla modifica dell’articolo 18. La linea del governo va dunque sostenuta, ha aggiunto Tronchetti, perché la vera urgenza è “togliere la paura del futuro” che deve invece “tornare ad essere motivo di speranza com’era per la mia generazione”. Classe 1948, l’imprenditore milanese predica però da un pulpito corazzato. Negli anni Novanta lo chiamavano “il nuovo Agnelli“, Tronchetti è stato sempre considerato uno degli alfieri del cosiddetto “capitalismo di relazione”. Grande amico delle banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit che hanno investito fior di milioni per diventare azionisti della Camfin, la cassaforte grazie alla quale Tronchetti comanda sulla Pirelli con circa il 5 per cento del capitale. E che sono tuttora rimaste a fare da “stampella” garantendosi però lauti guadagni dalla vendita di una parte delle loro quote ai russi di Rosneft.

Le amiche banche hanno sempre fatto da cordone sanitario in caso di difficoltà e il loro supporto ha permesso a Tronchetti di rimanere saldamente in sella (nel caso di Pirelli, l’accordo con Mosca gli assicura la poltrona almeno fino al 2019). Anche il patto di sindacato che controlla Mediobanca, che lunedì 29 si è riunito sul rinnovo del consiglio di amministrazione dell’istituto milanese, non ha rottamato la sua carica di vicepresidente. Che alimenta le entrate del manager a fine anno, considerando che solo per il periodo compreso tra il 1 luglio 2012 e il 30 giugno 2013 il compenso per la poltrona in Piazzetta Cuccia è stato di 135mila euro.

Poi ci sono gli emolumenti di casa Pirelli. Nel 2012 Tronchetti si è piazzato ventiquattresimo con 3,77 milioni di euro di stipendio nella classifica dei cento super dirigenti più pagati di Piazza Affari. Ma due anni fa i manager della Bicocca non avevano incassato alcun bonus per il mancato raggiungimento degli obiettivi. E’ quindi andata meglio nel 2013 quando il numero uno dell’azienda di pneumatici ha percepito 5,19 milioni di euro di compensi, di cui 1,8 milioni a titolo appunto di incentivo per i risultati dell’esercizio e 3,39 per le cariche ricoperte all’interno del gruppo. Cariche inossidabili che di certo tolgono la paura del futuro. Altro che articolo 18.