L’Oscar? “Una gara che mi diverte ma che mi mette anche ansia”. Quando il regista Paolo Virzì scende a piedi dalla piazza di Piccadilly Circus verso il cinema dove si sta per trasmettere la prima britannica de Il Capitale Umano, decine di italiani stazionano sul marciapiede in attesa della proiezione e, quando lo vedono, sobbalzano. E sussultano anche quei turisti di passaggio, anch’essi italiani, che mai si sarebbero aspettati di scorgerlo nel cuore di Londra. Perché ora il livornese Virzì, uno dei registi che ha prolungato l’epopea della commedia all’italiana, è il candidato italiano per la statuetta della Academy Awards questa volta ha veramente la possibilità di diventare una star internazionale. “Lo presentiamo qui a Londra – spiega Virzì a Ilfattoquotidiano.it – anche perché siamo molto curiosi di capire quale effetto possa produrre su un pubblico anglosassone. Il Capitale Umano già in America ci ha fatto capire che si tratta di un thriller e noir che allo stesso tempo diverte lo spettatore. Chi lo sa, vedremo, anche se non c’è una comune ricetta per la riuscita di un film italiano all’estero”. 

Qui al cinema Vue di Piccadilly Circus in questi giorni è di scena il Raindance Film Festival, una rassegna di pellicole indipendenti da tutto il mondo giunta alla sua 22esima edizione. Da questa kermesse, per esempio, partì il successo di Memento, film cult del 2000 diretto da Christopher Nolan. E da sotto il Big Ben, proprio dal Raindance, sono partiti tanti altri fenomeni transitati nelle sale di mezzo mondo. Ora è questa la speranza di Virzì qui a Londra, giunto nella capitale con grande coraggio e con un sorriso amaro, a poche ore dal funerale della madre. Una madre che, narrano le biografie, ha sempre supportato con tutto il cuore la carriera cinematografica del regista di Ovosodo, che da quella Livorno un po’ scanzonata e un po’ tragicomica è poi passato ai drammi della Brianza de Il capitale umano, alla brama del potere, a una media borghesia in crisi e quasi senza speranza. 

In effetti, Virzì conferma una sottotraccia comune con La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino: “Entrambi offrono uno sguardo molto critico sul nostro Paese”, dice al Fatto. Ma, con il regista che ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero lo scorso marzo, nessuna rivalità: “Sorrentino è un mio caro amico, lo ammiro tanto, ma facciamo un cinema diverso, abbiamo una diversa visione, la sua più visionaria, la mia più narrativa e realistica. Eppure siamo fratelli, abbiamo molte più cose in comune che non differenze”. A Londra, è il momento di tirare le fila della cavalcata della pellicola, uscita a gennaio e già trionfante ai David di Donatello, ai Nastri d’argento, al Globo d’oro, al Ciak d’oro, al Bari International Film Festival, al Premio Flaiano e persino al Tribeca Film Festival americano di Robert De Niro.  

Ora, è una certezza, un po’ di preoccupazioni: “Questa gara mi mette ansia perché mi carica di responsabilità, perché il nostro cinema è pieno di problemi, da quelli finanziari a quelli delle strutture, con le sale che chiudono. Ma il cinema italiano è miracolosamente vivo e ogni anno si registra una manciata di pellicole veramente valide”, aggiunge Virzì. Un’ansia comunque mitigata parzialmente da quella consapevolezza, che il regista toscano ammette, di un’era finita, passata. Pur senza dare un giudizio vero e proprio sull’attuale Italia, quella di Matteo Renzi. “Non è la sua Italia, abbiamo pensato a un preciso momento storico, il Natale del 2010: è il canto del cigno dell’Italia berlusconiana, possiamo dire”. Una pellicola ambientata all’apice della crisi nostrana, pare suggerire Virzì, fra brama di denaro, disperazione, persone che si rovinano con le proprie mani e che vengono rovinate da un sistema corrotto dove il soldo la fa da padrone. Ma c’è anche un’altra chiave di lettura, data proprio dal regista. “Si tratta anche di un film sul rimanere a galla”, dice. Come l’Italia, come un cinema nazionale sempre più in crisi ma, pur sempre, “miracolosamente vivo”. Tutti, ancora, miracolosamente vivi: italiani compresi.