Duecento governi che si impegnano in maniera formale a ridurre le emissioni di anidride carbonica. E questa volta per davvero. L’accordo è stato raggiunto al “Summit sul cambiamento climatico” delle Nazioni Unite, che si è tenuto il 23 settembre a New York. E la capitale francese, che il presidente François Hollande ha già definito “la città della rivoluzione sul clima”, nel dicembre 2015 è candidata a fare da sfondo alla storica intesa: sarà un nuovo protocollo globale dopo quello firmato nel ‘97 a Kyoto, in vigore dal 2005 e rimasto senza eredi, perché Copenhagen e Doha sono stati fallimenti.

“Adesso non è più possibile perdere tempo. Il cambiamento climatico non è isteria ma un fatto”, dice Leonardo di Caprio, attore di fama planetaria scelto per rilanciare il messaggio del vertice straordinario convocato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. Ban Ki-moon ha aperto e chiuso l’assemblea generale che ha accolto i capi di Stato e di governo di oltre 120 Paesi: Barack Obama, Angela Merkel, David Cameron, Matteo Renzi, Dilma Rousseff, Evo Morales tra gli altri. Grandi assenti i leader di Cina e India. E Obama ne ha approfittato per lanciare una frecciata a Pechino: “Le economie emergenti sono quelle che sono destinate ad aumentare la quantità di emissioni di carbonio negli anni a venire”. Per il vicepremier cinese Zhang Gaoli invece, anche Pechino c’è, e ha avanzato una generale disponibilità a ridurre le emissioni di gas serra, se si riuscirà a diminuire il ricorso al carbone.

I governi europei ribadiscono la necessità di volere abbattere le emissioni di Co2 per salvare il pianeta. Ma sullo sfondo resta il timore per la perdita di competitività se si limita il ricorso ai combustibili fossili, principali responsabili del surriscaldamento climatico. L’incursione alla vigilia del summit degli attivisti di “Flood Wall Street” (eredi di Occupy) è servita ancora una volta a rompere la routine dei discorsi ufficiali per rilanciare in chiave ambientale la critica al capitalismo globale. All’azione di disobbedienza civile in stile flash mob hanno partecipato quasi tremila persone. Obiettivo: bloccare per ore il quartiere tempio del capitalismo, per colpire chi prospera sul disastro ambientale.

Oltre 100 gli arrestati nella serata di lunedì, dopo una giornata di proteste partita con il raduno a Battery Park, a Manhattan e due ore di interventi, inclusi quelli di Naomi Klein e Chris Hedgs. Prima l’invasione di lower Broadway poi “l’inondazione” di Wall Street, con sit in anche sugli scalini della Borsa di New York. La polizia ha usato spray al pepe contro i manifestanti che poi ha sgomberato, dopo il tentativo di alcuni di loro di oltrepassare le transenne. I fermati, a notte fonda, sono stati caricati sui bus delle forze dell’ordine. In manette anche un finto orso polare accompagnato da due enormi bolle di Co2. L’indomani se lo raccontano con soddisfazione alcuni partecipanti, scambiandosi impressioni, tra una sessione e l’altra del summit Onu, aperto anche agli esponenti della società civile. Lo scatto dell’arresto dell’orso ha fatto il giro del mondo, come la valanga di tweet che hanno accompagnato il blitz ambientalista.

“Il sistema economico è stato ridicolizzato, è un nuovo seme che germoglierà nell’opinione pubblica statunitense”, dice Brad Hornick di “Sistemchangeonclimatechange”, piattaforma di movimenti di matrice “eco socialista” negli Usa. “L’80% degli americani sa ormai che la questione del clima non è più rinviabile”, sottolinea Ed Barry, presidente di “Sustainable World Initiave”, un think thank di Washington, che qui al summit sa di dover ascoltare ancora tanta “melassa politica”. Ma spera sia l’ultima volta: “A Parigi dovranno mettere gli impegni nero su bianco. Dovranno introdurre una buona volta “l’indice di biocapacità”, cioè un criterio che permette di individuare il punto di equilibrio tra risorse disponibili e bisogni in un luogo. Risulterà chiarissimo che questo modello di sviluppo basato sul consumo spinto all’eccesso sta trasformando la nostra vita in sopravvivenza. E senza che ce ne accorgiamo”.