“Oggi siamo in guerra dappertutto. Qualcuno mi ha detto che viviamo la terza guerra mondiale ma a pezzi. E io sono disposto ad andare in Kurdistan“. Affermazioni fortissime quelle di Papa Francesco nella conferenza stampa che, come ormai prassi, ha concesso ai 70 giornalisti accreditati sul volo papale che lo ha riportato da Seul a Roma dopo il viaggio apostolico in Corea del Sud, il terzo del suo pontificato. Al centro delle domande e delle risposte di Bergoglio il tema della guerra in Iraq. “Quando c’è un’ingiusta aggressione – ha affermato il Papa – è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Fermare solo, però: non dico bombardare, fare guerra. I mezzi debbono essere valutati”.

Ma, ha chiarito subito Bergoglio, “una sola nazione non può giudicare come si ferma l’aggressione. Dopo la Seconda guerra mondiale questo compito è delle Nazioni Unite. Dobbiamo avere memoria – ha sottolineato il Papa – di quante volte con questa scusa di fermare l’aggressione ingiusta le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto vere guerre di conquista“. Per Francesco “fermare l’aggressore ingiusto è un diritto che ha l’umanità, e quello di essere fermato è un diritto che ha l’aggressore”. Ai giornalisti, inoltre, Bergoglio ha confidato di aver pensato di andare in Kurdistan per dare personalmente il suo sostegno alle popolazioni, cristiane e non, in fuga dalle città dell’Iraq. Il viaggio avrebbe dovuto realizzarsi proprio in questi giorni, cioè al rientro dalla Corea del Sud. Il desiderio di Francesco era quello di far sentire la propria vicinanza a tutte le persone perché “ci sono i cristiani martiri, ma qui ci sono uomini e donne che soffrono, non solo i cristiani, e tutti sono uguali davanti a Dio”.

Alla domanda di un giornalista francese che gli ha chiesto se, nel caso in cui “fosse necessario”, “sarebbe disponibile ad andare in Iraq”, il Papa ha risposto senza esitazione: “Sì, sono disponibile. Quando con i miei collaboratori abbiamo saputo quello che stava accadendo, con le minoranze religiose scacciate e il problema del Kurdistan che non poteva ricevere tanta gente, abbiamo pensato a tante cose. Tra queste prima di tutto abbiamo fatto una dichiarazione: l’ha diffusa padre Lombardi a nome mio. Poi abbiamo inviato questo testo ai nunzi apostolici perché la facessero avere ai governi. Quindi abbiamo scritto la lettera al segretario generale dell’Onu. Alla fine abbiamo deciso di mandare un inviato personale, il cardinale Filoni, e se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea, andare lì. Mi hanno detto che in questo momento però non è la cosa migliore da fare, ma io sono disposto a questo”.

Pensando ancora alla guerra il Papa si è detto preoccupato per la perdita della coscienza del male che sembra emergere dall’indifferenza con la quale si assiste agli abominii che sempre accompagnano i conflitti. “Il mondo – ha sottolineato Francesco – è in guerra e si fanno queste crudeltà. Oggi i bambini non contano. Una volta si parlava di una guerra convenzionale. Ma oggi una bomba ammazza l’innocente col colpevole, colpisce il bambino con la mamma invece degli obiettivi militari“. Ai giornalisti che viaggiavano con lui il Papa ha suggerito di “fermarsi e pensare al livello di crudeltà al quale siamo arrivati. Si può fare – ha spiegato Bergoglio – uno studio empirico e il risultato è da spaventare un po’. Pensiamo alla tortura: oggi è uno dei mezzi quasi ordinari nei conflitti, utilizzata anche dai servizi di intelligence e nei processi giudiziari. Eppure è un peccato contro l’umanità, oltre che un delitto. Per i cattolici è un peccato grave, mortale”.

Sulla Cina, alla quale durante il viaggio in Corea del Sud il Papa ha teso la mano, Bergoglio non ha dubbi: “Mi piacerebbe andare a Pechino con grande rispetto, già domani. Sempre la Santa Sede è aperta ai contatti con la Cina, sempre, perché ha grande stima e rispetto per il popolo cinese”. Francesco ha anche raccontato che quando il volo di andata per Seoul dell’Alitalia ha sorvolato la Cina “ho pregato tanto per quel bel popolo cinese, un popolo nobile e saggio, che ha una storia di scienza e saggezza, alla quale parteciparono anche i gesuiti con padre Matteo Ricci. Noi – ha chiarito Bergoglio – rispettiamo il popolo cinese, solo che la Chiesa chiede libertà per il suo mestiere, il suo lavoro”. Francesco ha voluto anche ricordare la “fondamentale” lettera indirizzata da Benedetto XVI ai cattolici cinesi.

Sguardo rivolto anche al Medio Oriente. Bergoglio ha ribadito che l’incontro di preghiera in Vaticano con i presidenti Abu Mazen e Shimon Peres non è stato un fallimento. “Certo – ha sottolineato il Papa accennando all’invasione di Gaza seguita all’uccisione dei tre ragazzi ebrei – poi è arrivato quel che è arrivato. Ma è qualcosa di congiunturale. L’incontro di preghiera non lo era: è stato un passo fondamentale perché si è aperta una porta. Il fumo delle bombe ora non lascia vedere la porta aperta. Ma io credo in Dio e credo che quella porta è stata aperta”. Sulla causa di canonizzazione dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, trucidato dagli squadroni della morte mentre celebrava messa in un ospedale, il Papa ha chiarito che “il processo è sbloccato ma serve riflettere su cosa è il martirio ed è necessario un segno”, ovvero un miracolo, che per Bergoglio arriverà.

Sguardo rivolto poi all’Albania meta del prossimo viaggio internazionale, il 21 settembre prossimo. “Bisogna incoraggiare un Paese che ha sofferto”. Dopo il viaggio in Sri Lanka e Filippine previsto dal 12 al 19 gennaio 2015, Francesco ha espresso il suo desiderio di voler “andare a Filadelfia per l’incontro con le famiglie di tutto il mondo, poi il presidente Obama mi ha invitato al Parlamento americano a Washington e il segretario dell’Onu al Palazzo di Vetro di New York, così penso che toccheremo le tre città”. Con Benedetto XVI ammette di avere frequenti scambi di opinione. “Il Papa emerito – ha precisato Francesco – non è un’eccezione, anche se a qualche teologo non piacerà questa mia affermazione”. E sulla sua salute scherza: “Due o tre anni e poi alla casa del Padre. E’ da 1975 che faccio vacanza a casa, non amo andare altrove per riposare”. Ci vorranno ancora diversi mesi, ha rivelato Francesco, per la pubblicazione della sua “enciclica verde” che proporrà soltanto “dottrina sicura, non ipotesi”. E, infine, una battuta sulla sua squadra di calcio del cuore: “Non è un miracolo che il San Lorenzo che ha vinto la Coppa d’America“.