“Ricordatevi che mi avete firmato le vostre dimissioni in bianco…”. Silvio Berlusconi,  l’altra sera, non aveva voglia di perdersi in chiacchiere con i frondisti interni. “Se non rispettate le indicazioni di voto – questo il senso dell’invettiva – potete anche andarvene con Alfano”.  Al momento (questo il ragionamento, a quanto è stato riferito) al rispetto del Patto firmato con Matteo Renzi non c’è alternativa; sfilarsi vorrebbe dire rendersi ininfluenti. E poi – mozione degli affetti – “sono vent’anni che vi fidate di me e non vi ho mai delusi: non vi deluderò neanche stavolta”. Ma se proprio qualcuno vuole marcare la distanza – e qui non si faceva riferimento a Minzolini, ma a Raffaele Fitto – ci sono sempre “i probiviri”. Che, in realtà, dentro Forza Italia non ci sono, nessun direttivo del partito ne ha indicato mai la composizione, ma c’è chi giura che il Cavaliere, se servisse, sarebbe pronto a nominarlo seduta stante. Con a capo Brunetta

Ma di sicuro, non è questo il problema. I’ guaio, come lo chiama gergalmente un Denis Verdini sempre più cinghia di trasmissione tra il condannato e Palazzo Chigi è che, per quanti sforzi si facciano, è sempre più difficile distrarre Renzi con i giochetti sulle simulazioni di voto e su altre questioni che riguardano il Titolo V. Il capo del governo, visti i continui scossoni che agitano Forza Italia che sono, a suo giudizio, ben più pesanti e preoccupanti di quelli che si muovono nel ventre molle del Pd, teme che il partito “arcoriano” non regga alle prossime sollecitazioni, soprattutto in merito alle legge elettorale. E sulle scadenze economiche che arriveranno a settembre, con il Def che molti, giurano dalle parti della commissione Bilancio della Camera, potrebbe “essere dirompente”

Ieri Berlusconi è stato costretto a dire ai suoi, per farli stare fermi, di non aver alcuna intenzione di dare garanzie a Renzi sulla politica economica: “Non si concederà nulla al governo”. Ma si tratta, forse, di una sorta di gioco di specchi. Né Berlusconi né Forza Italia oggi sono in grado di esprimere, in modo credibile, questa doppia posizione di “padri costituenti” e, al contempo, strenui combattenti parlamentari per un’economia diversa e riforme più stringenti sul piano del rilancio economico e della giustizia. Per riuscirci servirebbero altre percentuali elettorali, un diverso contesto e forse anche un leader meno sotto botta per l’ennesimo processo in chiusura, quello Ruby (ma incombe anche quello pugliese, con Tarantini e soci). Comunque, Renzi è l’unico personaggio su cui Berlusconi si sente davvero di puntare per salvare il salvabile. Fra i processi in corso e il patrimonio aziendale da proteggere – questione che sta diventando urgente, vista la crisi generale dell’editoria causata dal drastico calo del gettito pubblicitario e il rischio che qualcuno, nel Pd ma non solo, torni a fare la voce grossa sul conflitto d’interessi e sul superamento della legge Gasparri (che sarà necessario, se si vuol riformare la Rai in tempi brevi) – per il Cavaliere la strada è una sola. Ed è quella di resistere, il più possibile. Più per se stesso, come sempre, che per il bene del partito, ormai semplice corollario a quelle che sono le sue priorità.

Per questo, soprattutto, Berlusconi ha deciso di non tollerare più i disobbedienti. Un esempio che fanno dal partito ha un nome e cognome: Raffaele Fitto. Sempre lui, pronto a strappare, ma non subito, non adesso. Legittima la lettera aperta inviata domenica al Cavaliere, considerata “un’iniziativa politica civile”. Meno legittimi gli attacchi a Toti e “le continue controdichiarazioni”. Insomma, è il messaggio di Berlusconi, i panni sporchi non si lavano in piazza, non si può esporre il partito al pubblico ludibrio. E il dissenso delle settimane scorse? Brunetta aveva già fatto sapere che al di là dei distinguo al momento del voto, si sarebbe adeguato. Ma tanto per non sbagliare (e comunque per avere un capro espiatorio), il Cavaliere ha affidato al capogruppo alla Camera un compito preciso: “Il professor Brunetta – ha detto – ha il mandato pieno per condurre un’opposizione seria e dura al governo sui temi economici”. Che Fitto si accontenti, insomma, almeno per un po’. Alcuni senatori forzisti, però, hanno già fatto sapere che invece non molleranno: D’Anna ha dichiarato che non voterà la riforma, mentre Augusto Minzolini ha ribadito la sua contrarietà al Senato non elettivo. E Fitto, appunto, che da Strasburgo ha fatto sapere che non arretrerà di un centimetro, anzi. Non è finita qui, ha detto, “oggi sarò di nuovo a Roma, siamo solo all’inizio”. E non sono certo parole che tranquillizzano Renzi sulla “resistenza” del Cavaliere alla guida di Forza Italia fino al 2018…