Altro che tangenti. Se volete fare soldi facili quello che ci vuole è un bel fondo di investimento con cui spolpare una grande società quotata in Borsa. Il caso Seat Pagine Gialle è da manuale. Nel 2000 le sue azioni quotavano più di 7 euro, oggi il prezzo è misurato in decimillesimi di euro. O, se preferite, quindici anni fa la società valeva almeno 8 miliardi di euro, oggi ha una capitalizzazione (valore complessivo di tutte le azioni) attorno ai 25 milioni. In questi casi si parla impropriamente di “distruzione di ricchezza”. In realtà nella finanza, a meno che qualcuno non dia fuoco alle banconote, nulla si crea e nulla si distrugge. Più corretto è dire che i risparmiatori, i 5 mila lavoratori (a tanto sommano dipendenti agenti e indotto) e i fornitori della Seat sono stati derubati per miliardi di euro nella consueta totale indifferenza delle autorità di controllo. Non c’è bisogno di complicati algoritmi finanziari, basta padroneggiare l’addizione (e soprattutto la sottrazione) per capire in quali tasche si sono infilati gli 8 miliardi (pari a un Mose e mezzo) apparentemente scomparsi.

Nelle ultime settimane sono venuti al pettine i nodi di uno scandalo in grado di far impallidire il crac Parmalat. Alla Procura della Repubblica di Torino è aperto da tempo un fascicolo sui misfatti compiuti negli anni dalla meglio gioventù della finanza italiana. L’assemblea degli azionisti Seat ha avviato un’azione di responsabilità contro i manager del passato chiedendo indietro danni per 2 miliardi e mezzo di euro. Tra gli accusati i più bei nomi della finanza italiana, a cominciare dall’ex consigliere d’amministrazione Gian Maria Gros-Pietro, oggi presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana. Nella lista, oltre all’ex amministratore delegato Luca Majocchi, che se n’è andato nel 2009 con una buonuscita da 10 milioni di euro come premio per aver sfasciato l’azienda, finanzieri di rango come il docente bocconiano Maurizio Dallocchio, l’ex numero uno della Banca Commerciale Lino Benassi, i due boss della Investitori Associati Antonio Tazartes e Dario Cossutta, figlio del noto leader comunista Armando.

L’anno scorso il presidente della Seat Guido De Vivo ha chiesto e ottenuto l’ammissione al concordato preventivo con i creditori, ed è la prima applicazione della nuova legge che, sul modello del cosiddetto chapter eleven americano, lascia al consiglio d’amministrazione la gestione della crisi anziché commissariare l’azienda. Mercoledì scorso il presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, ha convocato De Vivo in audizione per vederci chiaro: “Il concordato preventivo in continuità, introdotto per favorire la difesa del tessuto industriale, può trasformarsi se mal gestito in uno strumento di speculazione finanziaria –spiega l’esponente Pd – e nel caso Seat colpisce che la società sia stata scalata dai cosiddetti fondi avvoltoio senza passare attraverso strumenti soggetti a sorveglianza come l’offerta pubblica di acquisto”. Incredibile ma vero. La Seat ha 1,5 miliardi di debiti finanziari, e trovandosi allo stremo ha approvato la conversione di quel debito in azioni. Il problema è che quel debito, essendo in capo a una società considerata decotta, è stato rastrellato da società internazionali specializzate per pochi euro: titoli per 1,5 miliardi nominali sono finiti in poche mani forti per non più di 150-200 milioni. Il problema è che queste sono solo voci di mercato o supposizioni: fra qualche settimana il 99,75 per cento delle azioni Seat saranno in mano a entità misteriose, di cui la stessa Consob non conosce l’identità.

Ma la Seat – benché le sue Pagine Gialle siano azzoppate dall’evoluzione della tecnologia – ha ancora 400-500 milioni di fatturato, un migliaio di dipendenti, 1.300 agenti, 2.000-2.500 persone che lavorano nell’indotto (soprattutto nei call center), e soprattutto – azzerato il debito con la conversione, un centinaio di milioni di liquidità in cassa. Insomma, i “fondi avvoltoio” potrebbero aver fatto l’ennesimo buon affare. Il brutto è che per realizzarlo fino in fondo potrebbero fare altri danni all’impresa, alla cosiddetta economia reale. Cioè ripetere le nefandezze che sulla Seat sono già state commesse fin troppe volte, seguendo l’unica regola aurea del capitalismo finanziario italiano: incassa lauti guadagni chi non ha investito un solo euro di tasca sua e sa come far pagare ad altri tutte le perdite.

All’inizio Seat faceva gli elenchi telefonici e le Pagine Gialle per Telecom Italia. Un ottimo business, prima di Internet le aziende pagavano un sacco di soldi per farsi pubblicità sulle Pagine Gialle. E quando un business è buono il politico non resiste alla tentazione di svenderlo. Nel 1997, alla vigilia della privatizzazione di Telecom Italia, il governo decide di scorporare la Seat e venderla a parte a una variopinta cordata della quale fanno parte, tra gli altri, Comit, De Agostini, Investitori Associati, Bc Partners e Cvc Capital Partners. Il brillante affare è concluso da un vero e proprio dream team: Romano Prodi (presidente del Consiglio), Carlo Azeglio Ciampi (ministro del Tesoro), Mario Draghi (direttore generale del Tesoro) e, guarda chi si rivede, Gian Maria Gros-Pietro (presidente dell’Iri, il gruppo statale proprietario di Telecom). La scatola finanziaria che si chiama Otto (tanti sono i suoi soci) paga il 61 per cento della Seat 845 milioni di euro. Il prezzo è talmente basso che pochi mesi dopo la Otto recupera i primi 600 milioni distribuendo con un dividendo straordinario parte della ricchezza che Seat ha in pancia. A settembre ’99, a meno di due anni dall’acquisto, la Otto viene fusa con la Seat, così il debito fatto per acquistare le Pagine Gialle finisce dentro la società comprata. All’inizio del 2000 il grande colpo: la Seat viene rivenduta a Telecom Italia, che nel frattempo è stata scalata da Roberto Colaninno prendendo i soldi in banca e poi ficcando il debito nella società comprata. I raffinati chiamano questo sistema leveraged buyout. Colaninno strapaga quel 61 per cento: 5 miliardi di euro per azioni vendute appena due anni e mezzo prima per 845 milioni, ma nel frattempo spolpate del maxi-dividendo da 600 milioni e caricate del debito fatto dalla Otto per l’acquisto. In ogni caso i soci della Otto si mettono in tasca 5 miliardi, più 600 milioni di dividendo straordinario, senza aver investito un solo euro.

Passano tre anni e Marco Tronchetti Provera, che nel frattempo ha rilevato con la sua Pirelli il controllo di Telecom Italia, rivende la Seat. La cordata acquirente è formata da tre dei soliti noti (Bc Partners, Investitori Associati, Cvc) più il Fondo Permira. Pagano per il solito 61 per cento 3,1 miliardi di euro, mentre la Telecom rivende per 3 ciò che ha pagato 5 tre anni prima.

Ma il bello deve ancora venire. I quattro fondi acquirenti ripetono la consueta manovra. Prima fondono la Seat nel veicolo Spyglass utilizzato per l’acquisto, ficcando nelle casse Seat il debito contratto con le banche per l’acquisto e truffando di fatto gli azionisti di minoranza, stando alle accuse dell’azione di responsabilità. Non solo. Subito dopo la fusione, la Seat decide di distribuire un dividendo straordinario di 3,6 miliardi di euro, 2,2 dei quali finiscono in tasca ai quattro fondi che ne hanno speso 3,1 per comprare il controllo della società. Siccome Seat è già spolpata, per dare il dividendo si indebita, ed esibisce una perizia firmata Lehman Brothers (guidata in Italia da Ruggero Magnoni, recentemente arrestato per la bancarotta Sopaf) secondo cui il debito di 3,6 miliardi è sostenibile in prospettiva grazie ai profitti futuri previsti, ma solo fino al 2010, quando Seat dovrà indebitarsi per altri 1,7 miliardi per pagare le rate.

Nel 2012 l’ultima coltellata a un’azienda ancora viva per miracolo. Soffocata dai debiti contratti per far contenti gli azionisti di controllo, la Seat decide di convertire in azioni le obbligazioni in mano al veicolo Lighthouse, per nominali 1,3 miliardi che però con il noto meccanismo sono stati rastrellati a prezzo vile da “fondi avvoltoio” dai nomi esotici come Anchorage, Marathon o Monarch. Per la conversione in azioni di un debito che non vale sul mercato più di 200 milioni, Seat paga 85 milioni di euro a consulenti e studi legali, naturalmente i soliti bei nomi della finanza. I creditori diventano così padroni e mettono al vertice De Vivo, in passato uomo di fiducia di Romain Zaleski –noto per il buco da un paio di miliardi di euro scavato nei conti delle maggiori banche italiane –. De Vivo scopre che i conti della Seat sono molto peggiori di quanto veniva detto dal precedente management ed è costretto a svalutare dei cespiti patrimoniali ai quali i precedenti amministratori avevano attribuito valori quantomeno ottimistici. Il 5 febbraio 2013 De Vivo chiede l’ammissione al concordato preventivo dal quale Seat non è ancora uscita. Ma quel giorno il titolo in Borsa ha già perso l’80 per cento del valore nei dieci giorni precedenti. Come mai? Perché i “fondi avvoltoio” che hanno nominato De Vivo, chissà come, hanno intuito che stava per arrivare il ricorso al tribunale per far fronte ai debiti e si sono sbarazzati di corsa delle azioni, ficcando titoli ormai senza valore in tasca a investitori meno informati di loro. La Consob ha reagito al sospetto fuggi fuggi degli azionisti di controllo con la flemma cara al suo presidente Giuseppe Vegas, l’uomo convinto che, tra i suoi obiettivi, lo sviluppo del mercato finanziario abbia la priorità sulla più prosaica caccia al ladro, e quindi più incline alla moral suasion che alla sanzione. Infatti a sedici mesi da quelle incredibili vendite alla vigilia della richiesta di concordato preventivo dalla Consob sappiamo solo che sono stati fatti accertamenti e che ci faranno sapere.

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 25 giugno 2014