A giudicare dagli ultimi due eclatanti fatti di cronaca, che nelle ultime ore affollano le nostre menti per via del bombardamento mediatico e per quel mix di fascino e orrore, repulsione e attrazione morbosa che solo gli omicidi in famiglia riescono a suscitare, due rigide categorie del delitto sembrano trovare conferma. Primo, tra le pareti domestiche si uccide più che in un clan mafioso. Secondo, nessun criminale incallito riesce a infierire sulle sue vittime con tanta ferocia, determinazione di quanto possa fare un padre, una madre, un marito o un figlio. Se pensiamo alle recenti immagini del serial Gomorra sfilate sui nostri schermi, che pure hanno suscitato sgomento per eccesso di violenza, sparatorie ed efferate esecuzioni, che volete che siano colpi di pistola o raffiche di mitra a fronte dell’odio che trova sfogo in lame affilate, martelli, picconi o in mancanza di altro mani che si stringono attorno al collo di chi si ama.

Tutto è poca cosa rispetto alla crudeltà di questo Claudio Lissi, il padre padrone di Motta Visconti che accoltella alla schiena la moglie Cristina dopo averci fatto l’amore e poi in rapida sequenza sgozza i due piccoli figli nel loro lettino. E infine, dopo aver inscenato una maldestra rapina, corre a festeggiare la ritrovata libertà al bar con gli amici. O dell’assassino di Yara Gambirasio, identificato al termine di un’indagine genetica degna di Fox Crime, capace di strangolare la ragazzina che ha visto crescere dopo un raptus sessuale che rischiava di mettere fine alla tranquilla vita che Ignoto 1, figlio illegittimo sì ma ormai adulto e a sua volta padre, era riuscito a costruirsi in quel di Clusone o Mapello che sia. Anche i nomi di questi paesini, spesso località che non compaiono neppure sulle carte geografiche, ci riportano a quel nord-est che detiene il primato degli omicidi in famiglia.

Luoghi come Prosaglio d’Iseo, dove scomparvero i coniugi Donegani uccisi dal nipote introverso che amavano come un figlio, o a Erba dove Olindo e Rosa avevano costruito il loro rifugio perfetto, alla casetta di Cogne che imprigionava Annamaria Franzoni, al bar di Montecchio di Crosara dove Maso reclutò gli amici per uccidere i genitori. Basta spostarsi un po’ e arriviamo a Novi Ligure, altra villetta, altro massacro, quello compiuto da Erika e Omar. Un elenco infinito di salottini arredati con cura, gerani alle finestre, cucine monoblocco, forni a microonde, talvolta il pianoforte in angolo.

Case costruite con amore e distrutte dall’odio che a poco a poco si è diffuso come un cancro. Se qualcuno fosse entrato in quelle stanze forse avrebbe già sentito il tanfo della putrefazione, ma nessuno si accorge mai di niente. “Una coppia così normale” dicono sempre i vicini di casa. Forse è proprio questa normalità, costituita da gabbie tutte uguali, dove all’improvviso irrompe la passione per qualcosa o qualcuno che sta “fuori” e che appare irraggiungibile, a far saltare ogni equilibrio. Se c’è un interrogativo da porsi, riguarda la famiglia così organizzata, minimale, padre madre figli, matrimonio monogamico, piccolo benessere che si scontra con l’ansia di un di più che spesso non arriva. I sogni chiusi in un cassetto, il nulla della politica, l’assenza di una comunità condivisa sono il segno della solitudine che produce patologia, incapacità di amare altro da sé o amore vissuto non come arricchimento ma come dovere, costrizione, assenza di libertà. Il narcisismo di ognuno diventa sadismo e in qualcuno libera il mostro che è dentro di noi.

Inutile accusare la tv, Fb, Amazon, questi omicidi ci sono sempre stati, appartengono alla “cronaca nera”, colore che evoca il lutto che ciascuno di questi assassini porterà sempre con sé. Lo sa bene chi è andato a trovarli in carcere, quando i riflettori si spengono e restano da soli con i propri fantasmi. Nel penitenziario di Perugia rimasi colpita dal numero impressionante di bambole che vidi nelle celle di donne che avevano ucciso i propri figli. Nessuno di questi assassini penserà mai di se stesso di essere un criminale: “Ha visto cosa è successo?”, mi disse inorridita una detenuta mentre lavava il pavimento a Rebibbia. Erano i giorni della strage di via Fani, del sequestro Moro. Una suora poi mi disse che quella donna era stata condannata all’ergastolo per aver ucciso il marito, lo aveva fatto a pezzi con la complicità del cognato di cui era l’amante e lo aveva nascosto in un baule. A volte questi assassini sprofondano in uno stato di apatia totale, altre volte sembrano recuperare la propria identità “normale”, in ogni caso si proteggono dalla sofferenza, dai ricordi, vivono soltanto in superficie. Sono mostri no? Lo sono, ma il dolore in questi è talmente forte da non poter essere tollerato.