Sembrava a parole che la priorità nel “nuovo” Pd di Renzi, sotto l’incalzare delle inchieste su Expo e Mose, straordinari vasi comunicanti di un gigantesco sistema politico affaristico, fosse il ddl anti-corruzione.

E Raffaele Cantone a più riprese, oltre che denunciare le difficoltà organizzative della Autority che presiede, il potere monco e le carenze di un organico che comprende 26 persone complessivamente ha tracciato in modo chiarissimo le lacune da colmare rispetto alla riforma del 2012. E l’elenco include la revisione della prescrizione, l’introduzione di meccanismi premiali per chi collabora, la previsione di agenti provocatori come avviene per il contrasto alla droga, la reintroduzione del falso in bilancio e la previsione dell’autoriciclaggio.  

Se si aggiunge anche la riforma della legge sugli appalti per favorire la trasparenza e il tutto nei tempi strettissimi che erano stati annunciati si poteva pensare che il parlamento sul fronte giustizia avrebbe avuto di che lavorare alacremente.

Invece a calamitare lo spirito di rivalsa trasversale del parlamento dei nominati contro la magistratura che è intervenuta sul sistema delle tangenti ingegnerizzato sulle grandi opere, è stata ancora una volta la responsabilità diretta dei magistrati nella versione punitiva e intimidatoria dell’emendamento Pini. 

Il tentativo di tenere i magistrati sotto scacco, di interferire pesantemente sul principio del libero convincimento del giudice espressione dell‘indipendenza garantita dalla Costituzione non è certo una novità assoluta; il leghista Pini ci aveva già provato e nel 2012 era intervenuta “la mediazioneSeverino per ridurre il danno. Di nuovo, se così si può dire, grazie al voto segreto e all’astensione del M5S c’è stata l’evidenza di una settantina di franchi tiratori del Pd che hanno consentito l’approvazione alla Camera di quello che l’autore dell’emendamento definisce con orgoglio “un segno di civiltà” perché “non si può permettere che “un dipendente statale che sbaglia rimanga impunito”.  

Le reazioni nel Pd sono state per così dire variegate; se Renzi ha derubricato la questione ad “una tempesta in un bicchiere d’acqua” a cui mettere una toppa il ministro della giustizia Orlando l’ha definito “un pasticcio” e anche “una grande disattenzione”, nonché “un modo rozzo” di affrontare un tema delicato. Più sintonia si è registrata nel giudicare comunque “esagerate” le reazioni negative dell’Anm peraltro condivise anche dal vicepresidente del Csm e da Napolitano. 

Intanto per singolare coincidenza  nelle stesse ore è arrivata in giunta la richiesta di custodia cautelare per Galan. Il relatore, di Scelta Civica, se non ha avuto problemi a riconoscere che l’inchiesta “sta in piedi”, è molto “articolata” e non si evidenzia fumus persecutionis si domanda se l’arresto sia inevitabile e aggiunge che dovranno valutare se non siano “richieste esagerate”. E il giorno successivo il sindaco Orsoni dopo aver patteggiato una condanna a quattro mesi e quindicimila euro con la revoca dai domiciliari non si dimette si ripresenta senza alcun problema nel suo ufficio di primo cittadino. Nel Pd sembra che  nessuno abbia niente da ridire anche perché Orsoni ha riversato ogni responsabilità sulla gestione della sua campagna elettorale sul partito e ha dato dei millantatori ai suoi accusatori. 

Allora se “in un paese civile non si può permettere che un dipendente statale che sbaglia rimanga impunito” come rivendica, mischiando le carte, l’onorevole Pini, nello stesso paese devono rimanere imperturbabili sui loro scranni uomini delle istituzioni accusati di finanziamento illecito e corruzione per cifre da capogiro?