Come era facile prevedere non sono bastati il percorso assurdo e la corsa ad ostacoli  imposti dal Pdl al ddl anticorruzione alla Camera. Adesso la resa dei conti con il governo, che “sostengono” a parole e ricattano in modo sempre più sprezzante ed ostentato nei fatti, è rinviato al Senato con il voto sulla responsabilità civile dei magistrati.

I numeri con cui è stata votata la fiducia imposta in extremis dal governo per portatre a casa il provvedimento anticorruzione alla Camera sono fin troppo eloquenti sullo slancio e la determinazione del partito di Berlusconi nell’adeguarsi anche se male e parzialmente (vedi  la soppressione della concussione per induzione e l’esiguità delle sanzioni) alle direttive europee in tema di corruzione.

Tra i 102 astenuti, con motivazioni molto disparate, ben 38 sono del Pdl ed includono il gotha delle “menti giuridiche” arcoriane, e ben 72 deputati azzurri, di cui solo 11 in missione,  hanno disertato il voto. 

Il capogruppo Cicchitto ha tuonato contro il ministro Severino, rappresentante di un governo non uscito dalle urne e tacciato nemmeno tanto implicitamente di essere abusivo, accusandola di aver “ammanettato”  il Parlamento, senza rendersi ben conto del lapsus involontario, vista la stratificazione delle richieste di arresto dei numerosi molto onorevoli colleghi. E, supportato da Alfano che gli ha fatto eco a poche ore di distanza, ha dato minacciosamente appuntamento  in Senato per “correggere” quelle che ha definito le norme contra personam o, per meglio dire, non immediatamente utili a garantire l’azzoppamento del processo Ruby.

Ma soprattutto, sempre all’unisono con il cosiddetto segretario, ha intimato al governo di non porre la fiducia in Senato sulla faticosa mediazione per rimediare all’ anticostituzionale emendamento Pini finalizzato, con la previsione della responsabilità diretta del magistrato per generica “violazione di legge”,  a mettere le toghe sotto il giogo del potente di turno e a minare in radice l’ indipendenza della funzione giurisdizionale. Se dunque il governo volesse andare dritto sul compromesso della Severino  riguardo alla responsabilità “indiretta” che riformula la “grave violazione di legge” introdotta dal blitz di Pini, in modo lievemente più circostanziato ma sempre troppo eterogeneo ed indeterminato, secondo il parere autorevole di giuristi e vertici della Cassazione, come “manifesta violazione della legge e del diritto comunitario”, il Pdl  non lo sosterrebbe.

Perchè non basta nemmeno l’obbligo dell’azione di rivalsa dello Stato entro due anni nei confronti del magistrato incorso nella violazione con un concorso al risarcimento fino alla metà dello stipendio annuale.

La resa dei conti nei confronti della magistratura che pretendono i sedicenti paladini dei diritti del cittadino “contro lo strapotere delle toghe”, come ha ribadito senza mezzi termini Alfano,  non prevede compromessi o soluzioni a metà. La pretesa dichiarata è quella di trascinare il magistrato, che si è andato a ficcare dove non doveva, direttamente in giudizio su imput di chi può agevolemente permettersi un difensore agguerrito, e meglio ancora se eventualmente  legislatore, alla faccia del conflitto di interessi.

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulla rilevanza della questione “giustizia” e sulle soluzioni che si prospettano sul fronte della lotta alla corruzione, dell’equilibrio tra poteri dello Stato e del rispetto costituzionale dell’indipendenza della magistratura, adesso è definitivamente servito.

D’ altronde nell’ intervento alla Camera sul ddl anticorruzione, Di Pietro ha ricordato puntualmente come sin dal lontano ’94 a Cernobbio,  e cioè da ben 18 anni, i magistrati del pool Mani Pulite sulla base dell’esperienza di Tangentopoli avessero individuato un’insieme di misure legislative  finalizzate ad interrompere o allentare il patto di omertà che sostiene il rapporto corruttivo. Prima fra tutte la riformulazione dell‘art. 321 c.p. (pene per il corruttore) con la previsione della non punibilità per chi entro tre mesi avesse denunciato il fatto.

Le reazioni furono allora indignate per lo “sconfinamento” dei magistrati dal loro recinto; poi per i seguenti diciott’anni invece che aggredire la corruzione sono stati metodicamente aggrediti quelli che la denunciavano e volevano combatterla.

Oggi ci tocca assistere allo spettacolo imbarazzante e penoso di un governo “tecnico”, insediato per salvare il salvabile, che sulla giustizia è sotto ricatto permanente del suo maggiore azionista e che pur di continuare a sopravvivere mettere la testa sotto la sabbia.