Ciro C. se lo è fatto tatuare sull’avambraccio. Antonio N. sull’anca. Roberto B. in prossimità delle parti basse. “Bodo”, un personaggio dei cartoni animati, è il soprannome di Marco De Micco, boss emergente di Ponticelli, quartiere di Napoli, già feudo della famiglia Sarno. Il clan De Micco ha costruito la sua ascesa grazie al sostegno del clan Cuccaro del quartiere limitrofo di Barra, fino a diventarne la ‘loga manus’ sul territorio di Ponticelli. Quel tatuaggio, accompagnato in qualche caso dalla scritta “rispetto, fedeltà e onore”, è considerato dagli inquirenti il marchio di affiliazione alla cosca dei fratelli De Micco.

Un clan camorristico sgominato nella mattinata del 27 maggio grazie a un’operazione della Squadra Mobile di Napoli, che ha eseguito 14 ordinanze di custodia cautelare chieste e ottenute dalla Dda di Napoli per reati che vanno dall’associazione a delinquere di stampo camorristico, tentato omicidio, spaccio di stupefacenti, detenzione e porto d’armi. Dalle carte dell’ordinanza emerge, inoltre, che il clan comprava droga da Genny ‘a carogna, al secolo Gennaro De Tommaso, l’ultrà del Napoli protagonista della serata di follia dello stadio Olimpico, durante la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. 

“La droga la compravamo da tale Genny la carogna che dovrebbe essere di Forcella”, riferisce il collaboratore di giustizia Domenico Esposito. “Per la consegna – continua Esposito – era utilizzata una Renault Scenic modificata, che ci veniva lasciata parcheggiata con le chiavi presso il cimitero di Ponticelli. Noi mandavamo a ritirare la macchina che poi restituivamo”. Sulla circostanza sono in corso approfondimenti da parte della Procura.

Tornando al clan, il tatuaggio, come anticipato da Manuela Galletta su Cronache di Napoli, è il segno indelebile dell’adesione totale e incondizionata alla cosca che in questi ultimi anni si è fatta largo nel panorama criminale napoletano fino a mettere sotto scacco Ponticelli attraverso le estorsioni, i sequestri di persona e i fatti di sangue legati al contrasto con un clan rivale, i D’Amico.

Sparatorie “dimostrate” alternate a veri e propri agguati. Come nel caso del duplice omicidio di Antonio Minichini e Gennaro Castaldi, due diciottenni affiliati ai D’Amico uccisi nel gennaio 2013. Due mesi dopo venne ammazzato Alessandro Malapena, del clan De Micco.

Una perquisizione ha fatto rinvenire il “libro mastro” dei De Micco, con la partizione delle quote periodiche dei profitti del racket e della droga, le “mesate” da corrispondere agli affiliati, le spese per acquistare armi e pagare gli avvocati.