Non sappiamo se la misura delle piazze scelte da Grillo e Renziper i comizi nella capitale prima delle Europee (Piazza del Popolo e Piazza San Giovanni, la prima circoscritta e chiusa, la seconda aperta sulle strade circostanti) corrisponderà al risultato elettorale del Movimento Cinque Stelle e del Pd. Probabilmente, stando ai sondaggi, Renzi sfonderà senza problemi la soglia del trenta per cento e Grillo resterà sotto, ma i due potrebbero ritrovarsi molto vicini, l’uno alle spalle dell’altro. Un timore che le ultime dichiarazioni di Renzi sembrano lasciar trapelare con evidenza.

In ogni caso, il voto per l’Europa sarà, al contrario di quanto ha sostenuto il premier, un giudizio politico sul suo governo, sulla sua capacità di innovare rispetto al passato, ma soprattutto sulle misure prese contro una crisi infinita che continua a mordere e dalla quale non si intravede alcuna via di uscita. Per l’ex sindaco il problema è soprattutto questo: il rischio che le sue scelte, e insieme la sua strategia mediatica, con una forsennata presenza televisiva e una campagna elettorale giocata sull’esibizione delle misure prese (gli ottanta euro, soprattutto, e poi la manciata di provvedimenti pubblicizzati su Facebook), non siano sufficienti a accreditarlo come il Nuovo. E difficilmente potrebbe essere così, visto che mentre da un lato il premier ha insistito sulla retorica della rottamazione e della rivoluzione, dall’altro il suo governo continua a essere un governo delle larghe intese. Proprio le stesse che hanno bruciato rapidamente due premier, spariti nel nulla, come dice Grillo, e prodotto politiche di austerity e tagli che hanno finito per esasperare la recessione.  

In questi mesi si è cercato di rimuovere e offuscare il nodo democratico e politico fondamentale, che il governo Renzi non ha sciolto, anzi per certi versi ha aggravato, nonostante la reale volontà di innovare: e cioè che il fatto di non essere stato legittimato da un voto democratico, popolare. Perché anche Renzi, esattamente come gli ultimi due premier, in un insostenibile scippo di democrazia che dura ormai da troppo tempo, ha pensato che l’emergenza giustificasse l’aggiramento dell’espressione della volontà di noi cittadini. 

Invece, come nelle favole popolari di Calvino, dove molti protagonisti fanno un patto con il Diavolo (in questo caso una destra corrotta e incapace, incurante del bene comune, che in questi anni ha distrutto il paese) avidi di ottenere subito ciò che desiderano, salvo ad un certo punto trovarselo davanti reclamando la loro anima, anche per Renzi queste elezione potrebbero trasformarsi in una resa dei conti proprio per quella mancata rottura rispetto al passato che l’ex sindaco, alcuni sostengono perché costretto, altri perché invece attratto dal potere, di fatto non ha compiuto. Presentandosi così con un ambiguo volto bifronte: da un lato il cambiamento, la trasparenza, la lotta alla casta. Dall’altro, invece, la continuità con un passato che l’alleanza con gli ex berlusconiani segnala con bruciante evidenza.

Il prezzo di questa ambiguità lo stabilirà proprio il voto e potrebbe essere amaro: essere bruciato anzitempo, quando aveva tutto il tempo davanti. Aver buttato via l’opportunità di una svolta radicale, che parte sempre anche dalle forme istituzionali e non solo dai contenuti e dall’ansia del “fare”. Per certi versi, sarebbe una cosa tragica. Ma che fosse tragica quella scelte di accettare di formare un governo si poteva intuire già dal giorno in cui Renzi è diventato premier. Eppure in molti non se ne sono accorti, forse a partire da lui stesso.