La piazza è anche il luogo del Pd, anzi il luogo in cui il Pd vince. I democratici non hanno paura di andare in piazza. Lo dice quasi come una liberazione il presidente del Consiglio (e segretario del Pd) Matteo Renzi parlando dal palco di piazza del Popolo, comunque non gremita. Tuttavia parlamentari e esponenti di partito (Giachetti, Gentiloni, Zingaretti, Bettini) si mescolano tra la gente nel giorno che precede l’arrivo a Roma di Beppe Grillo che tenta il bis domani in piazza San Giovanni. Il leader dei Cinque Stelle nel frattempo stasera parla in piazza Duomo.

E quindi neanche la rumorosa contestazione dei movimenti per la casa di Roma – che da tempo hanno ingaggiato un duello con Palazzo Chigi, chiunque fosse dentro a governare – ferma la festa a tre giorni dal giorno del voto. Fischi e grida di proteste sono stati indirizzati nei confronti del capo del governo: “Buffone”, “fai schifo”. I manifestanti erano circondati dalle forze di polizia e sono stati fatti indietreggiare all’inizio di via del Corso. In precedenza momenti di tensione si erano vissute tra i movimenti e le forze di polizia, prima dell’arrivo del presidente del Consiglio. I contestatori hanno tentato di srotolare un manifesto ma è subito intervenuta la polizia. Così sono volate parole grosse e alcuni spintoni, tanto che alcuni manifestanti sono stati identificati e portati via dagli agenti. Intanto, una ventina di contestatori rimasti in piazza continua ad alzare la voce ed è circondata da uomini in divisa. Una volta sul palco – e proseguite le contestazioni – Renzi ha invitato a “non rispondere alle provocazioni” e ha continuato il suo discorso. “Le contestazioni sono normali: hanno parlato di ‘peste rossa‘ e ‘lupara bianca‘ – scherza – Poi è normale che si chiami la Croce verde“.

 

Renzi è carico come è stato raramente negli ultimi giorni. “Stanno discutendo di elezioni europee solo per capire di chi vincerà – grida dal palco – Il problema è risolto perché le elezioni le vinciamo noi e non lo dico perché dobbiamo fare training autogeno ma perché è la realtà dei fatti”. Il capo del governo mescola i toni, soprattutto nei confronti dei Cinque Stelle. Prima intima: “Giù le mani da Berlinguer“. Grillo lo aveva evocato ieri a Firenze e il deputato M5s Alessandro Di Battista per l’occasione aveva preso in braccio il suo leader, intendendo emulare il premio Oscar Roberto Benigni e il segretario del Pci che aveva pensato il “compromesso storico” e ammonito la classe politica oltre trent’anni fa sulla questione morale. “Ieri un signore, in una città che mi è cara, si è fatto prendere in collo da un altro signore e ha evocato Enrico Berlinguer – dice Renzi – Giù la mani da dei nomi che non appartengono a chi non ha neanche la titolarità di pronunciarli. Non si mette nella stessa frase ‘io sono oltre Hitler’ e il nome di Berlinguer, sciacquatevi la bocca”. Renzi legge uno stralcio di un discorso di Berlinguer, un discorso sulla tolleranza, la democrazia e i rischi del fanatismo. “Ecco, questo era Enrico Berlinguer. Ben altro dal fanatismo pentastellato”.

La sfida è aperta. Per esempio sulle forze dell’ordine: “Qualche nostro competitor è andato a Napoli e ha detto prima che io mi dovrei dimettere perché non mi sono alzato quando è stato fischiato l’inno nazionale. E poi a Napoli ha invitato a fischiare l’inno”. Mentre “solidarizza con chi prende a sassate le forze dell’ordine, dice che le forze dell’ordine stanno con lui. Giù le mani dalle forze dell’ordine, sono di tutti. Non ci provate a dividere il Paese, quelli sono i simboli di tutti”. D’altra parte chiama Grillo “tom tom delle idee” perché cambia opinione, dice, a seconda della città in cui si trova. 

Il segretario democratico punta molto sul senso d’appartenenza, ma tiene sempre come centro della polemica Beppe Grillo: “Quando ho perso le primarie del Pd mi sono sentito a casa mia perché Bersani non mi ha cacciato, non ha fatto un post sul blog. Sono rimasto a casa, una casa in cui si può anche perdere e quando ho vinto ho sentito la lealtà di chi non era con me alle primarie. Dobbiamo essere orgogliosi di un partito che non ha un fondatore e suo nipote nello Statuto, che non è un partito di plastica”. Poche cifre, questa volta, più slogan. Berlusconi e Grillo insegnano. Essere seri non si sa, ma essere troppo tecnici non paga di certo. E quindi: “Grillo dice che vuole dare a tutti un reddito di cittadinanza, io invece non voglio dare il reddito di cittadinanza a tutti, voglio dare a tutti un lavoro“. Mentre sugli 80 euro: “Il nostro è un partito che ha dei limiti, perché ce li abbiamo, ma è un partito che sa che cos’è la giustizia sociale e non pensa che 80 euro sono un’elemosina”. “Loro sono l’insulto, noi la proposta, loro la paura, noi la speranza, loro l’incubo di evocare terrore, noi il diritto di tornare a sognare, pur con tutte le difficoltà”. “Nei prossimi giorni tutti insieme – conclude – perché l’Italia cambi l’Europa e il Pd torni a far sperare i nostri figli”, esorta. “Qui non stiamo difendendo il Pd e il suo futuro ma l’Italia e il suo futuro. Questa responsabilità forse non ci fa dormire di notte ma sognare di giorno. O lo fa il Pd o non lo fa nessuno”. 

Dunque, bando ai timori. “Senza paura, amici del Pd. Senza paura” dice il segretario invitando i militanti a mettersi “al lavoro” per gli ultimi tre giorni di campagna elettorale. Li esorta a convincere gli indecisi e a non avere più “la puzza sotto il naso”: bisogna convincere gli elettori del centrodestra e “anche gli elettori dei 5 stelle, chiedendo perché non abbiano fatto nulla se non evocare colpi di Stato e serenate sotto la finestra” di Napolitano. “Non commettiamo l’errore di credere che un leader ci salverà – aggiunge Renzi – ci si salva insieme, senza paura: senza paura andiamo nei banchetti, senza paura scarichiamo il telefonino per fare votare anche gli indecisi“. La lotta all’astensionismo è la parola d’ordine.