Così dopo la trattativa “Stato Mafia”, abbiamo ora la trattativa “Stadio Mafia”, e in entrambi i casi, non c’è nulla di confortante per chi ancora crede nello stato di diritto e nella Costituzione. Le scene viste in tv, in occasione della finale di Coppa Italia, hanno inferto una ferita grave alla legalità repubblicana.

Un gruppo di “carogne“, per usare i loro soprannomi, ha sequestrato uno stadio, ha condotto una trattativa pubblica, ha deciso modi e tempi del fischio di inizio. Era già successo nel passato e proprio per questo il bis è stato ancor meno gradevole.

Non sono mancate le reazioni giustamente sdegnate, ma restano le domande di sempre: perché, in questi anni, gli stadi sono diventati luoghi nei quali è possibile inneggiare al nazismo, al fascismo, al razzismo, all’antisemitismo? Perché le “carogne” sono sempre a piede libero e di quali coperture godono, dentro e fuori gli stadi?

Per quale ragione il conflitto sociale e le manifestazioni di piazza vengono affrontate con ben altra determinazione, rispetto a quella riservata alle “carogne”? Naturalmente non manca chi già getta acqua sul fuoco, loda i tanti tifosi perbene, assicura che il calcio sarebbe sano e che qualche mela marcia c’è sempre stata. Sia come sia quelle scene hanno distrutto centinaia di ore di educazione alla legalità e al rispetto della Costituzione.

Milioni di persone e di ragazzi hanno assistito in diretta tv alla trattativa tra le carogne, i giocatori, e lo Stato. Adesso è necessario che le istituzioni sanino la ferita, ristabiliscano la legalità repubblicana e lo stato di diritto perché, mai come in questo caso “lo spettacolo non deve continuare”.

Un abbraccio solidale, infine, va rivolto alla signora Marisa Grasso, moglie dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, ammazzato a Catania dalle Carogne di turno il 2 febbraio del 2007.

La “carogna” di turno indossava una maglietta con la quale chiedeva la liberazione di chi è già stato condannato per la morte dell’ispettore di polizia. Un sanguinoso oltraggio alla memoria di Raciti e al dolore dei suoi familiari. Mai come in questo caso sarebbe giusto e doveroso rivolgere un applauso alla signora Marisa e a chi non ha mai chinato il capo di fronte alla “carogna” di turno.