“La sede di Fluentify è a Londra, ma l’abbiamo fondata da Parigi in mezz’ora con una connessione internet e un versamento di 15 sterline”. Era il febbraio 2013. Andrea Passadori, classe 1989, e Giacomo Moiso, classe 1988, stavano finendo il master in management alla École supérieure de Commerce de Paris, ma l’idea frullava nelle loro teste già da un po’. “Una piattaforma online dove chi vuole migliorare il proprio inglese può fare lezione con tutor madrelingua di ogni parte del mondo in videoconferenza da casa”, spiega Andrea. Si chiama Fluentify, è una start up e sta crescendo grazie a investitori che credono nel progetto. Ma i capitali, se Andrea e Giacomo avessero deciso di restare a Torino, difficilmente sarebbero arrivati: “L‘investitore ce lo ha detto chiaramente: se la nostra fosse stata una società di diritto italiano, non ci avrebbe finanziato”.

“L’idea ci è venuta mentre facevamo a Londra il secondo anno di master – spiega Andrea – e ci siamo resi conto che l’inglese studiato a scuola non era sufficiente per affrontare un colloquio di lavoro o a presentare un progetto in un’aula universitaria”. Così è nata la start up e chi vuole migliorare una lingua può collegarsi via webcam con un native speaker ed esercitarsi da casa. L’uovo di Colombo. “Abbiamo 70 tutor sparsi per Usa, Regno Unito, Sudafrica, Australia, Canada, Hong Kong e Irlanda, e non tutti sono professori di inglese – spiega Giacomo – ci sono anche professionisti di diversi settori: consulenti finanziari, informatici, musicisti. A Londra ad esempio c’è Peter, che lavora per diverse società di consulenza e banche, e viene richiesto da chi opera nello stesso ambito e vuole migliorare la lingua imparando la terminologia specifica. In pratica gli studenti scelgono il tutor che più si adatta alle loro esigenze”.

“Alcuni clienti hanno trovato lavoro all’estero proprio grazie ai tutor – continua Andrea – che sono i primi a consigliare dove e come cercare impiego o casa”. In poco più di un anno Fluentify si è strutturato. “Dopo il terzo anno di master a Parigi siamo tornati a Londra – continua Andrea – qui c’è un ambiente adatto allo sviluppo delle idee: i migliori cervelli del settore informatico si incontrano qui, si confrontano e fanno nascere nuovi progetti”. “E c’è tutta una serie di professionalità come avvocati, commercialisti ed esperti di pubbliche relazioni che lavorano solo con le start up”, chiosa Giacomo. Il primo passo è l’esperienza con un acceleratore “per mettere a punto il business plan, e poi siamo partiti”.

Pochi mesi dopo, con l’arrivo di Claudio Bosco, grafico di 23 anni, e Matteo Avalle, 26enne sviluppatore, la piattaforma era pronta. Il primo contatto di livello è con la Kaplan International Colleges, “la scuola di lingue più importante al mondo, con 40 istituti sparsi per il pianeta – prosegue Andrea – noi gli abbiamo offerto un nuovo modello di insegnamento, mentre a noi l’accordo ha dato credibilità e ci ha garantito un primo finanziamento. Dall’estate, poi, partirà un progetto comune basato sul nostro metodo”. Pian piano, la piattaforma si fa notare: “A novembre abbiamo trovato i capitali“. Un angel investment (spesso fornito da un libero professionista “angelico” che decide di investire i propri soldi in un business innovativo, ad alto rischio ma anche ad alto rendimento in caso di riuscita) garantito da Stefano Marsaglia, Co-Ceo di Mediobanca. Un investitore italiano che ha puntato 250 mila sterline (300 mila euro) su una start up altrettanto italiana, che però ha sede a Londra. Perché bisogna andare all’estero per fare qualcosa di innovativo? “Non è sempre così, ma spesso in Italia le start up e i progetti come il nostro sono considerati come un gioco. Un esempio: dopo la laurea siamo tornati a Torino e abbiamo parlato di Fluentify con un nostro professore dell’università. Lui ci ha risposto: ‘Bellissima idea, ma state cercando lavoro?'”.

Le buone idee che valgono, invece, riescono a fiorire: “Stiamo crescendo – spiega Andrea – ora a contattarci sono le aziende che pagano corsi di lingua ai loro dipendenti”. Ma spesso il terreno migliore dista migliaia di chilometri: “Fa figo dire di vivere a Londra? In Italia si sta meglio – continua Giacomo – ma nei casi come il nostro andare via è inevitabile”. “Sì, perché i fondi di investimento esteri non considerano le società italiane – spiega ancora Andrea – temono le lentezze della burocrazia e della giustizia: sanno che se finanziano un società e per un qualunque motivo devono affrontare una causa in tribunale, rischiano di non vedere più i loro soldi. La prima domanda che ti fanno è ‘Avete una Ltd, una società di diritto inglese? Perché altrimenti non possiamo andare avanti’. Anche il nostro finanziatore ce lo ha detto chiaramente: ‘Se foste stati una società italiana, non avremmo investito i nostri soldi con voi”.