Faccia di bronzo, testa di legno, occhio di vetro, braccio di ferro: ricordatevi bene queste espressioni perché sono destinate a scomparire. Chi immagina un’evoluzione del linguaggio quotidiano si sbaglia. L’imperversare delle più moderne tecnologie non andrà a modificare le tradizionali espressioni idiomatiche, ma riuscirà a farci abbinare qualunque parte del corpo a plastiche e resine “fai-da-te” finora impreviste e imprevedibili.

Il mutamento dell’orizzonte è da imputarsi alle sempre più diffuse stampanti 3D, quelle capaci di realizzare – anche a casa nostra – oggetti solidi con particolari procedimenti di estrusione che un tempo erano prerogativa dei contesti industriali. In questi giorni ha fatto notizia l’innesto di una calotta cranica progettata al computer e realizzata con una stampante tridimensionale. L’avveniristico intervento del dottor Ben Verweij e della sua équipe dell’Università di Utrecht su una donna olandese non è un esperimento azzardato, ma si è guadagnato una sorta di imprimatur per la “quantità” di superficie ossea sostituita, pari quasi alla totalità del teschio. Già nell’autunno scorso ci fu chi titolò “INK-credible!” per descrivere – con la crasi di “ink” (ossia inchiostro) e incredible (o incredibile) – il ripristino dei connotati di Stephen Power, un motociclista gallese rimasto sfigurato in un incidente stradale.

In quel caso il chirurgo maxillofacciale Adrian Sugar e i suoi colleghi del Centre for Applied Reconstructive Technologies in Surgery di Cardiff sono riusciti a restituire la simmetria del volto dello sfortunato 29enne sostituendo il 75% delle pareti ossee del viso con “ricambi” in materiale polimerico ottenuti con diversi passaggi virtuali al pc e con le corrispondenti materializzazioni con stampanti 3D. Questi strumenti – in grado di creare forme sia in metallo che in plastica – stanno rivelando possibilità di impiego medico-chirurgico difficili da immaginare per chi non viva gli ambienti della ricerca avanzata. 

I bioingegneri dell’Università della Pennsylvania sono riusciti a consentire la ricostruzione di vasi sanguigni creando una complessa rete di filamenti in zucchero idratati con una sospensione contenente cellule del fegato del paziente. Tali cellule “crescono” e si consolidano attorno alla struttura che poi viene “lavata” ed eliminata lasciando una vero e proprio reticolo idoneo alla circolazione del sangue. Tra le applicazioni ormai collaudate c’è la rigenerazione di superfici epidermiche: il Wake Forest Institute for Regenerative Medicine, un centro ospedaliero di ricerca della Chiesa Battista in North Carolina, ad esempio, sta lavorando da tempo su dispositivi 3D in grado di “stampare” porzioni di pelle direttamente su ustioni o ferite.Nel settore della cura delle forme tumorali è curioso il caso dei ricercatori della University of Texas at El Paso che, utilizzando una stampante HP Deskjet opportunamente modificata, si sono impegnati a realizzare protesi mammarie “su misura” per le proprie pazienti minimizzando il rischio di rigetto e altre complicazioni.

Non sorprende a questo punto il ricorso a questi prodigiosi arnesi per la ricostruzione di ossa e di arti: i risultati sono entusiasmanti sia per la qualità del “prodotto”, sia per l’economicità, tanto da far presagire un pensionamento anticipato delle soluzioni in titanio e in fibra di carbonio. Nel frattempo qualcuno si agita nel dire che le stampanti 3D sono nocive per la salute degli utilizzatori: c’è chi sottolinea gli elevati voltaggi di certi componenti, le elevate temperature raggiunte da alcune superfici degli apparati, il rilascio nell’aria di particelle infinitesimali di plastica, l’alto rischio di inquinamento e così a seguire. Non manca nemmeno chi si sofferma sui pericoli di contraffazione: da tempo qualche malandrino con questo sistema ha realizzato finti sportelli bancomat identici a quelli veri e strepitosi per truffare il malcapitato di turno…

Dal Fatto Quotidiano dell’8 aprile 2014