Prima di Sacco e Vanzetti ci fu Arturo Giovannitti. Molisano nato nel 1884, studiò alla Columbia University, lavorò nelle miniere di carbone della Pennsylvania e fu grande attivista e oratore nelle lotte operaie d’oltreoceano.

Per lui il destino fu più clemente, rispetto a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti: durante il grande sciopero di Lawrence nel Massachusetts del 1912 fu accusato e incarcerato – insieme a Giuseppe Ettor e all’operaio Joseph Caruso – per l’assassinio della sedicenne Anna LoPizzo, operaia tessile, morta, in realtà, per gli scontri con le forze dell’ordine. 

Il caso suscitò grande clamore nell’opinione pubblica statunitense; gli Stati Uniti d’America parlavano di Arturo Giovannitti, l’italiano, l’oratore; era colpevole? Era innocente.

Giovannitti finì in carcere per qualche mese, poi fu scagionato.

Il periodo dietro le sbarre, per Arturo, – sguardo profondo, naso triste da italiano allegro – fu artisticamente proficuo. Nacque il poema “The Walker”, il camminatore: vi echeggiavano i passi ipnotici, fantasmatici, dell’uomo al piano di sopra. Camminava, camminava, e nella piccola cella i passi erano un incubo e un sogno al tempo stesso.

Tanto altro scrisse Giovannitti e la sua opera poetica incontrò grande fortuna: alcuni critici lo paragonarono a Shakespeare.

Oggi in Italia è possibile leggere la sua opera nel volume Parole e sangue (a cura di Martino Marazzi, Cosmo Iannone Editore 2005):

Al di sopra del mio capo, odo il rumore dei passi, tutta la notte.

Avanti e indietro; vanno e vengono…

Ancora… ancora… ancora… ancora…

Tutta la notte; tutte le notti…

Un’eternità nei quattro passi che vanno; un’eternità nei quattro passi che tornano; e nei brevi, sempre uguali intervalli pesa il Silenzio, la Notte, l’Infinito.

Ché infiniti sono i nove piedi di una cella di prigione, e senza fine è la marrcia di colui che cammina, tra il muro di mattoni gialli ed il roso cancello di ferro, ingenerando pensieri che non si possono ammanettare; che non si possono segregare, perché errano lontano, nella luce solare del mondo, ed ognuno di essi va peregrino verso la meta del suo destino.

Morirà povero, nella sua casa del Bronx, a New York, il 31 dicembre 1959. Due giorni dopo, in Italia, morirà Fausto Coppi a Tortona, dopo un’infezione di malaria non diagnosticata.

Si aprivano così, senza un poeta, senza un campione, gli anni Sessanta.