“Già, i bambini. Devono tornare a nascere e serve educare alla maternità. Ho in testa una nuova sfida, un grande piano nazionale di fertilità. Il crollo demografico è un crollo non solo economico, ma anche sociale. È una decadenza che va frenata con politiche di comunicazione, di educazione e di scelte sanitarie. Bisogna dire con chiarezza che avere un figlio a trentacinque anni può essere un problema, bisogna prendere decisioni per aiutare la fertilità in questo Paese e io ci sto lavorando. Sia chiaro: nessun retropensiero e nessuno schema ideologico, ma dobbiamo affrontare il tema di un Paese dove non nascono i bambini.”
Così la ministra Beatrice Lorenzin in un’intervista al settimanale l’Avvenire del 21 marzo 2014.

Con il Discorso dell’Ascensione  del 1927 Benito Mussolini lanciò ufficialmente la cosiddetta ‘battaglia demografica’: un progetto complesso finalizzato a un aumento forzato della popolazione e sviluppato su più fronti. Uno ‘negativo’, atto a inibire il celibato e il matrimonio tardivo e a punire le pratiche contraccettive e l’interruzione di gravidanza, e uno positivo che incoraggiasse il matrimonio, le nascite, e la creazione di famiglie numerose. Una delle prime misure della campagna fu l’introduzione della tassa sul celibato, e quindi sul matrimonio tardivo, nel 1927. Una campagna, invece, contro i metodi contraccettivi e l’aborto venne inaugurata nel 1925, allorché diventò un crimine diffondere informazioni su tali pratiche, vendere farmaci contraccettivi e diventò obbligatorio segnalare i medici che praticavano l’aborto. Il Codice Rocco del 1930 incluse la contraccezione e l’aborto tra i crimini contro l’integrità della stirpe, ma l’aborto era già stato dichiarato illegale dal Codice penale Zanardelli del 1889. Anche nel campo delle arti e della cultura la censura intervenne affinché sparissero da film e romanzi riferimenti a contraccezione e aborto.

Il discorso della ministra Lorenzin suona preoccupante e doloroso. Preoccupante perché le sue parole non tengono conto di decenni di battaglie per  l’autodeterminazione da parte delle donne. Anni in cui si è lottato non per promuovere l’aborto come pratica contraccetiva, e qui è bene ribadirlo con forza, ma per conquistare il diritto sul proprio corpo, che ci era stato usurpato da secoli, che oggi viene messo pericolosamente in discussione. Anni in cui si era molto fatto per una corretta informazione alla contraccezione. Anni in cui le donne, finalmente!, si erano affacciate al mondo del lavoro reclamando il proprio posto nella società e acquisendo l’indispensabile  indipendenza economica.

Le parole della ministra suonano però anche dolorose perché pronunciate da una donna, che ben dovrebbe sapere, anzi certamente sa, che non di pianificazione della fertilità necessita il Paese, ma di diritti, solamente di diritti per le donne.

Basterebbe che la ministra della sanità di un Paese europeo-e qui bisogna ribadire con forza che l’Europa non può più essere propagandata solo come unicum monetario bensì come una federazione da cui apprendere, se del caso,buone prassi- prendesse appuntamento con le omologhe dei Paesi del nord europa dove le donne lavorano e fanno figli. Basterebbe verificare che  là dove le politiche a favore delle donne funzionano, e penso ad esempio alla Svezia, e dunque le donne hanno a disposizione un numero adeguato di asili nido statali, la possibilità di un part time orizzontale o verticale  adeguatamente retribuito, politiche di conciliazione vita privata vita professionale, salari e stipendi in linea con le proprie capacità e non penalizzanti a causa del genere, ecco che si scoprirebbe che non c’è bisogno di sprecare tempo per un piano nazionale di fertilità (e  solo il nome mette i brividi), ma di applicare buone prassi europee anche qui.

Per molto tempo abbiamo creduto che l’arretratezza italiana per quanto riguarda le politiche di genere fosse dovuta ad un deficit culturale rispetto agli altri Paesi europei. Ora è purtroppo chiaro che c’è una volontà allarmante   tesa al mantenimento  del  nostro Paese fuori dai parametri europei. La ministra  Lorenzin avrà consuetudine con il Global Gender Gap, l’indice stilato dal World Econimic Forum che ogni anno ci racconta il divario, il gap tra i generi nei Paesi del mondo. E dunque l’Italia sulla base di diversi parametri, si situa al 71esimo posto insieme a quei Paesi che noi consideriamo ingiustamente del terzo mondo. 
“C’è una forte correlazione tra il gender gap di un Paese e la sua competitività. Dato che le donne rappresentano la metà della popolazione e del suo potenziale, la  competitività di un Paese nel lungo periodo dipende in modo significativo da come educa e promuove il 50% della popolazione.” così il World Economic Forum.

Ma la  vergogna più grande nel mantenere volontariamente il nostro Paese fuori dalla modernità non diffondendo nemmeno dati come questi qui sopra riportati che negli altri Paesi sono di dominio pubblico, sta nel non rispettare  platealmente e con ostinazione il terzo articolo della Costituzione che ricorda che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Mentre qui è chiaro che sia in atto un attacco alla dignità delle donne. E continua l’Articolo ricordando che il compito della Repubblica sia quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La ricetta c’è già ministra Lorenzin, ed è stata scritta 67 anni fa. Si cimenti con le sue colleghe e colleghi a rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che impediscono  il pieno sviluppo delle donne. Il resto lasciamolo alla volontà delle dirette interessate.

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