Proprio nelle ore in cui il governo Renzi accelera sul varo di contraddittorie misure sul lavoro, arriva dall’Europa l’ennesima conferma che il costo del lavoro in Italia è sotto la media europea.

Se ne facciano una ragione il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il blocco di interessi che egli rappresenta. E per il quale aumento della flessibilità e diminuzione del costo del lavoro sono stati nell’ultimo ventennio i sempreverdi grimaldelli utilizzati nelle trattative sindacali ed istituzionali per cambiare le regole in gioco.

Perché i dati incontestabili, elaborati ogni anno da Eurostat, disegnano una realtà assai diversa da quella che da anni ci viene venduta, con raffigurazioni perfino caricaturali, da chi, prescindendo dalla vera urgenza di aumentare la produttività, ha in fondo lavorato per una destrutturazione del mondo del lavoro. Mascherata, come sta avvenendo in queste settimane di dibattito vacuo sulle riforme imposte dal governo, con la necessità di aumentare le opportunità occupazionali, in particolare per le fasce giovanili. E di “offrire la risposta ritenuta più efficace alle […] esigenze del contesto occupazionale e produttivo del Paese”, come ha scritto il ministero del lavoro in una nota di chiarimento sulla proposta di revisione del contratto a termine.

Ebbene, a fronte di un costo medio per l’area euro pari a 28,4 euro, nel nostro Paese il costo orario del lavoro è stato nel 2013 pari a 28,1 euro. Contro i 34,3 della Francia, i 31,3 della Germania, i 33,2 dell’Olanda, i 38 del Belgio, i 40,1 della Svezia.

 

E poi, come abbiamo detto in un analogo post scritto esattamente un anno fa, l’incremento subito nel costo del lavoro in Italia negli ultimi cinque anni (11,4 per cento) è stato in linea con la crescita media registrata dall’Unione Europea a 17 Paesi (10,4 per cento) e addirittura minore che in Germania (12,2 per cento).

Il problema, a ben guardare, si pone, come è noto, rispetto agli oneri sociali che gravano sul costo del lavoro. E il cui peso, pari al 28,1 per cento, pone il Belpaese ben al di sopra della media dell’area euro (25,9 per cento). Un dato, quello italiano, che peraltro è superiore di 6,3 punti rispetto a quello della Germania!

In tutto ciò non solo non appaiono chiare le modalità con cui il governo intende intervenire strutturalmente e come promesso sul cosiddetto cuneo fiscale e contributivo. Più drammaticamente non si sa quale sia il modello di riferimento dell’ azione riformatrice del mercato del lavoro. Se cioè è quello dei supermercati Coop, che Poletti conosce bene e dove ormai è sempre più difficile trovare una cassiera-dipendente anche solo a tempo determinato. O quello spagnolo, dove, come ha dimostrato una ricerca ripresa da un recente pezzo di Tito Boeri, le tanto invidiate “rivoluzioni” hanno prodotto più contratti temporanei, meno giorni di lavoro all’anno e salari più bassi.

Lo capiremo, forse, vivendo, come si suol dire. E molto probabilmente, ancora una volta, sulla pelle della mia generazione e di quelle più giovani della mia.

Twitter: @albcrepaldi