Caro professore, sono passati due anni da quel 25 marzo in cui ha iniziato il suo lungo viaggio. Non se la prenda: è una vecchia disputa tra noi, il lei e il tu. Non ci sono mai riuscita, a darle del tu, e non comincio ora. Siccome ricordo bene le telefonate che faceva in redazione per essere aggiornato sui fatti d’Italia, ho pensato di scriverle ora che queste telefonate sono impossibili. Una chiamata da lassù, in una super-teleselezione, chissà quanto costerebbe. Tutte le volte che succedeva qualcosa che aveva a che fare con “le anomalie italiane”, dunque spesso, telefonava. Da Lisbona, da Parigi, una volta da un paesino sperduto della Grecia dove la linea prendeva così male che sembrava di parlare con la Luna. Ma c’era sempre l’urgenza di sapere di più, di capire.

All’inizio il suo stupore mi sconcertava: come poteva un uomo come lei che aveva visto tante cose, meravigliarsi per una delle tante schifezze italiane? I respingimenti, i lodi, le leggi vergogna: avrebbe dovuto essersi abituato. Poi ho capito che quel candore era la chiave della sopravvivenza intellettuale e morale, che non assuefarsi voleva dire non rassegnarsi: “Non è l’indignazione a mantenere in vita la democrazia, sono le leggi. Per questo mi piacerebbe che le gravi anomalie italiane fossero portate a conoscenza del mondo”. Il Fatto è stato tenuto a battesimo da un suo racconto, “Fra generali”, pubblicato sul primo numero: le due pagine più curate della storia, tanto temevamo un inciampo. Però lei chiamò il giorno dopo non per dire che sì andava bene, ma per ringraziare di cuore. Dopo, libri a parte, scrisse molti pezzi per il giornale.

Oggi, in quella super-teleselezione immaginaria, cosa chiederebbe? Immagino vorrebbe sapere della politica. Chi è il nuovo Presidente della Repubblica? Sempre lo stesso. Sì, è strano. Una cosa inimmaginabile, addirittura ridicola come aveva detto il diretto interessato qualche settimana prima dell’irrituale rielezione. Il regime di Berlusconi, come giustamente lo definiva lei, è finito. Uno dei mille processi, poi, miracolosamente non è affogato nell’allegra prescrizione all’italiana e lui è stato condannato in via definitiva. Adesso aspetta l’affidamento ai servizi sociali, ma è sempre lì che briga anche fuori dal Senato. Il Parlamento è nuovo, nel senso che siamo andati a votare, una volta. Chi ha vinto è difficile dirlo, c’è stato un sostanziale pareggio a tre: destra, sinistra e Grillo, se le prime due parole hanno un qualche senso oggi.

Indovini un po’ chi è andato al governo? Destra e sinistra insieme: hanno rifatto l’inciucio che lei criticava con tanta passione. Si vede che è una vocazione, ma almeno sono venuti allo scoperto, dopo che per anni hanno finto di essere avversari. Abbiamo avuto un governo tecnico che ha fatto molti guai, tecnicamente parlando. Poi, dopo il voto, un governo Letta (no, no il nipote) ma è durato poco. Adesso c’è sempre un esecutivo di “larghe intese”, come la maggioranza chiama l’inciucio in nome dell’emergenza. Il premier è un giovanotto, toscano come lei, ma le possibili affinità finiscono alla geografia. In tutto questo la legge elettorale, la porcata, è stata dichiarata incostituzionale. È in atto anche un tentativo di manomissione della Costituzione.

Per il resto l’Italia è sempre in crisi, usando una parola molto in voga ma sbagliata, perché dovrebbe indicare una situazione acuta, invece la nostra è cronica. Per questo ci manca. Non solo a noi del Fatto: Antonio Tabucchi manca, tantissimo, a tutti gli italiani che non vogliono perdere la capacità di stupirsi.

Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2014