E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

[Salvatore Quasimodo, Alle fronde dei salici, in Giorno dopo giorno, 1947]

Vasco Brondi è l’unico tra i cantautori della nuova generazione che – in un diverso codice ovviamente, perché scrive canzoni – riesce a rendere la tensione della poesia moderna. La poesia del Novecento, quella che gronda sangue e disfacimento della forma, e trasforma le cose intorno. Il “poetico realismo” di cui parla lo statuto del Club Tenco, per intenderci; e che fu dello stesso Tenco, con altri suoni e altre parole, con un’altra società da raccontare. 

Altrimenti conosciuto come Le luci della centrale elettrica, Brondi ha da poco pubblicato il terzo disco di inediti, Costellazioni, e rispetto ai primi due album la sua poetica comincia a strutturarsi, a crescere. 
Una delle cose più preziose dei suoi dischi è il tempo che si prende per maturare i concetti. Sono tempi larghi, tempi umani, i tempi dell’uomo, delle stagioni, della propria poetica che evolve in rapporto autentico col proprio stile, col proprio linguaggio. La principale critica che gli si muove: “Fa canzoni tutte uguali, sempre allo stesso modo”. A parte la dubbia veridicità dell’assunto, il fatto è che nell’arte il nuovo non è mai stato un valore. 
Non in sé. 


In quest’album accade una cosa fondamentale: si citano nomi, posti, storie, si racimolano esistenze minimali dopo l’ecatombe di parole dei primi dischi.  Nei primi due dischi, infatti, non si poteva cantare, bisognava frantumare ogni tipo di presente, urlare col grido strozzato, con due accordi, in maniera solitaria, lineare, tetra, disintegrata: “Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?!”


Questo si doveva fare per esorcizzare il postmoderno, per evitare di costruire edifici sulla sabbia, con mattoni non nostri. Non avrebbe avuto senso continuare ad avere l’illusione di mettere mattone su mattone: l’epoca postmoderna è una Cassandra a cui si concede il beneficio dell’illusione; mette a disposizione mattoni lucenti e impeccabili ma dalle forme geometriche incompatibili. E allora il gesto rivoluzionario è scarnificare, arrivare ai nervi, alle ossa vive.


La rivoluzione è smascherare la catastrofe, ostentandola. Ecco cosa fanno i primi due dischi. Brondi sembra dire: “Cara catastrofe non abbiamo mai creduto ai tuoi paradossi; se perdevamo era solo perché vincere avrebbe voluto dire cavalcare la tua illusione. Cara catastrofe, assecondandoti, attraversandoti abbiamo vissuto il nostro tempo: carcasse metalliche accatastate in periferia. Nulla più. 
 Poi c’è la vita, dopo te, che rinasce, nonostante tutto”.

Ora si cominciano a mettere insieme i propri elementi, ora sono propri. C’è una canzone su tutte che si può prendere come esempio di questa germinale rinascita, I Sonic Youth: “Nel deserto fiorirò e

"I Sonic Youth" di Vasco Brondi secondo Graziano Fabrizi

all’alba mi alzerò”. I Sonic Youth descrive un tempo mitico, una cosmogonia lontana. Ma, soprattutto, descrive – forse per la prima volta – un “qui e ora” certo, nostro e da cui ripartire: è un momento esatto, “eri tu che ascoltavi i Sonic Youth” e, ancora più precisamente, “gli ultimi dieci secondi di Murray Street”, il loro album del 2002.   Perché proprio loro? Lo dice Vasco in un’intervista: “Era una band profonda ma allo stesso tempo possedeva quella che Gaber chiamava ‘illogica allegria'”.


L’illogica allegria. Quella senza la quale non ci sarebbe, di questi tempi, la testardaggine di far nascere fiori in un deserto; credere che domani possa esserci un lavoro e farlo bene, sposarsi, amarsi, fare figli. Senza l’illogica allegria, dopo gli anni Zero non sarebbe possibile tutto questo.


Un gesto naturale (ancora Gaber), il più naturale, è l’oltraggio più grande alla catastrofe. Naturale come un lavoro, naturale come un amore, naturale come un figlio: “Non c’è bisogno di stelle luminose per riconoscere il nord”. Anche la melodia, ne I Sonic Youth, si muove maggiormente, le percussioni partono col timbro del cuore e si fanno marcia sicura e inarrestabile, sontuosa come quegli ultimi dieci secondi. Perché forse la catastrofe, il ciclone “ci lascerà stare”.
 
 L’arte che descrive la realtà e ne svela il ribelle e pervicace (illogico) movimento vitale. Fiori nel deserto. 
Io, francamente, non credo che ci sia qualcosa di tanto potente, oggi, nella canzone italiana.

La notte già tra i monti si prepara…
A questo punto, a questa età indecisa
è troppo poco attendere che alfine
all’orizzonte ambiguo una figura,
un portatore di notizie appaia.
Tutto, semmai verrà, verrà dal fondo
di questa angoscia eterna senza nome
goccia a goccia durata e fatta mia;
questo solo, non spero altro soccorso.
E se del giorno un fievole ritardo
vacilla sulle cime, presto è notte
e tenebre che scavano passando
e forme buie e uomini con lampade.

[Mario Luzi, ultima strofa di Villaggio, da Primizie del deserto, 1952]