Merita la piena conferma la sentenza sul crac Parmalat emessa dalla Corte d’Appello di Bologna il 23 aprile 2012 nei confronti del patron del gruppo di Collecchio Calisto Tanzi, di suo fratello Giovanni e del suo braccio destro Fausto Tonna oltre a quella di tutti gli altri dodici coimputati.

È la richiesta del sostituto procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta al termine della requisitoria iniziata ieri e terminata oggi – per un totale di circa otto ore di esposizione – davanti alla V sezione penale della Cassazione presieduta da Giuliana Ferrua. Nel pomeriggio la parola passerà ai legali del popolo dei truffati, 38 mila risparmiatori. Le arringhe dei difensori degli imputati dovrebbero prendere l’avvio giovedì. Entro lunedì, i supremi giudici dovrebbero emettere il verdetto definitivo sul colossale dissesto finanziario da 14 miliardi di euro esploso nel 2003. Tanzi ha una condanna a 17 anni e otto mesi di reclusione. Il Pg Gaeta ha chiesto la conferma del trattamento sanzionatorio stabilito in appello a carico degli imputati.

La difesa di Tanzi, affidata a Filippo Sgubbi, punta a ridurre la condanna del ‘patron’ di Collecchio “applicata nella massima estensione della pena base” e ne chiede rideterminazione totale anche nel caso in cui sia accolto un solo motivo di ricorso, anche relativo ad un solo fallimento. In pratica, Sgubbi vuole che ci sia un “riflesso a cascata” di mitigazione della condanna anche in presenza di minimi successi della linea difensiva. Il legale, inoltre, continua a battere il tasto sulla violazione del principio del ‘ne bis in idem’ sostenendo che Tanzi “è già stato condannato per aggiotaggio, a Milano, con sentenza definitiva per fatti che sono oggetto di questo processo”. Per l’associazione a delinquere della quale Tanzi era il capo, in base ai calcoli di Sgubbi, sarebbe “tutto prescritto”. Non sarebbe poi vero “che Parmalat sia stata fondata per commettere illeciti”. Invece, in base ai verdetti di merito, Parmalat sarebbe stata una holding nata con propositi criminali fin dal momento della sua quotazione in borsa, il primo gennaio 1989. Infine, la difesa di Tanzi – l’unico in regime di detenzione, ai domiciliari ospedalieri a Parma – protesta “per la mancata escussione, in qualità di testimoni, di tutte le parti civili”, contesta l’entità dei risarcimenti, e la configurabilità “del danno di rilevante entità”, e chiede di patteggiare.

“È stato uno dei più gravi dissesti finanziari nella storia occidentale e Tanzi ne è stato l’artefice: condivido in pieno, senza alcun dissenso, questa constatazione, fatta dai giudici dell’appello nel processo Parmalat” dice Gaeta.