Il bel Paese ove frocio risuona. Lo so, non è politically correct, ma è la sintesi cruda di un’altra classifica che ci mette quasi ultimi in Europa, appena prima di Bosnia-Erzegovina, Grecia, Bulgaria e Serbia ma a distanze siderali da Gran Bretagna, Olanda, Francia, Spagna. Il Lgbt Military Index colloca l’Italia più o meno alla metà di una classifica di oltre cento Paesi relativamente ai diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transgender nelle forze armate, a pari merito con la Polonia ma decisamente in coda se consideriamo solo il subset delle Nazioni europee.

L’indice, compilato dal serissimo The Hague Centre for Strategic Studies, è appena stato pubblicato dopo una ricerca durata oltre un anno che ha tentato di mettere a confronto l’integrazione (o meno) delle persone Lgbt nella forze armate del mondo. Sono stati confrontati 19 parametri raggruppati in cinque categorie: inclusione, ammissione, tolleranza, esclusione e persecuzione.

Pur di collezionare record (negativi) noi italiani non ci siamo certo fatti sfuggire questa ghiotta occasione. Anche se ho l’impressione che gli autori dello studio ci abbiano trattato con un po’ troppa indulgenza. La condizione degli Lgbt tra i militari italiani è infatti appena peggiore, con un indice di 72,3, di quelli statunitensi che stanno a 72,8. Eppure i militari a stelle e strisce, dopo che nel settembre 2011 venne ufficialmente abrogata da Obama la politica del don’t ask, don’t tell, hanno avuto riconosciuti diritti da noi impensabili persino tra i “civili”. Come il matrimonio, ad esempio. Sul sito di OutServe Magazine, l’associazione che raggruppa i militari Lgbt in servizio nelle forze armate statunitensi, si può vedere una foto di due donne, una in divisa, che si baciano dopo la cerimonia di matrimonio mentre colleghe e colleghi fanno l’arco di spade. O la storia della famiglia Evans-Nethers e delle loro due figlie. Zachary Evans-Nethers è capitano dell’esercito. Marshall, il coniuge, si lamenta perché, nel caso Zachary dovesse morire in servizio, a lui non spetterebbe alcuno dei benefici previsti per le coppie eterosessuali. Per noi, dove neppure le coppie di fatto eterosessuali non hanno alcun diritto (quelle omosessuali, si sa, non esistono), potrebbero essere in un mondo ulteriore, zilioni di anni luce da qui.

Non parliamo poi della realtà quotidiana nelle caserme. Possibile che in uno Stato dove caparbiamente ci si rifiuta di riconoscere l’omofobia come aggravante nei crimini d’odio, che le caserme siano luoghi migliori del resto del Paese? Improbabile, e non occorre richiamare le vicende della caserma “Clementi” di Ascoli Piceno, venute alla luce per la storia del caporale Parolisi. Ci sono i documenti a dircelo.

Non c’è posto nelle Forze armate italiane, ad esempio, per chi presenta “disturbi nell’identità di genere” (articolo 582, comma 1, lettera r, punto 4 del dpr 15 marzo 2010 numero 90), patologia elencata tra le cause psichiatriche di esclusione. Certo, un bel progresso dalla precedente dizione che parlava di “personalità sessualmente deviate”. I rapportini che facevano i carabinieri prima dell’arruolamento, ai tempi della leva, parlavano con leggiadria di “invertiti”. Tutto codificato, fino a non molto tempo fa, anche sui manuali addestrativi dell’Arma che descrivevano i soggetti di “interesse operativo” da tenere sotto controllo. Tra questi i “degenerati sessuali”, compresi gli omosessuali. Senza parlare delle discriminazioni “coperte” in mille modi diversi, e che raramente vengono alla luce. Come la storia di quel capitano di fregata della marina militare, privato del grado e dimesso d’autorità, perché una foto di lui nudo, ma difficilmente riconoscibile e senza nessuna indicazione né sul suo nome né tanto meno sulla sua attività, era apparsa su un sito gay. Il Tar di Genova ha visto la discriminazione e lo ha reintegrato. Succedeva nel 2011, non nel 1960.

Ecco perché sorprende l’appaiamento agli Usa nella classifica dell’Lgbt Military Index. Mentre non stupisce affatto che anni luce ci separino da Gran Bretagna, Olanda, Svezia, Francia, Germania, Norvegia. Per non parlare della Nuova Zelanda, che ha uno score di 100, o l’Australia che registra un eccellente 95. Ma che ha forse un primato assoluto, avere il militare transgender più alto in grado al mondo: il tenente colonnello Cate McGregor il cui difficile percorso che l’ha portata ad abbandonare l’identità precedente di  Malcolm Gerard McGregor è stato elogiato persino dal capo di Stato maggiore delle Forze di difesa australiane, di cui oggi è diventata lo speechwriter ufficiale. Da noi, il colonnello McGregor, se si trovasse di fronte a un medico militare, verrebbe congedata. Con disonore.

Se volete sapere chi stia peggio di noi non dovete fare grandi o sforzi di fantasia: Russia, Kazakistan, Nigeria, Cina. Un bel po’. Ma questo non ci fa certo migliori.