Per molti Kosovo vuol dire Camp Bondstell. Un mito scaturito da questa enorme base americana in grado di ospitare ben 7000 soldati. Più che una logica conseguenza dell’intervento militare in Kosovo, Camp Bondsteel per alcuni sarebbe stata una delle motivazioni più indecifrabili.

Lo scorso 5 febbraio a Pristina c’è stato un incontro tra i comandanti della Nato e il ministro degli interni kosovaro Rexhepi. Si è discusso soprattutto della sicurezza del Paese.

La simpatia di Rexhepi per l’Italia è arcinota visto che quando era primo ministro insisteva continuamente per avere una scorta di carabinieri italiani e non di poliziotti kosovari. Nel suo primo viaggio in Italia, nel febbraio 2004, la prima tappa a Roma fu il Comando Generale dell’Arma.

Il Kosovo come tutti gli altri ex paesi della Jugoslavia da anni si è avviato verso quella che gli esperti chiamano balcanizzazione dei Balcani. Purtroppo l’economia di uno Stato non si regge con il raggiungimento dell’autonomia o con una propria bandiera. E così 15 anni di missione italiana in Kosovo sono serviti a mettere in luce importanti opere di cooperazione civile-militare dei nostri soldati, ma anche le grosse pecche a livello europeo ed internazionale.

Innanzitutto la missione Unmik (United Nations Interim Administation Mission in Kosovo) ha posto l’accento su quello che si può definire nella storia come primo esempio di monarchia assoluta delle Nazioni Unite. Era il 1999 quando vennero emanate le Unmik Regulations che di fatto affidavano i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario ad un rappresentante delle Nazioni Unite riducendo l’autonomia amministrativa e politica dei kosovari a zero.

Quando i nostri finanzieri iniziarono seriamente a indagare sulla corruzione, tutti i media kosovari tifavano apertamente per i nostri. Tant’è che l’Unmik fece di tutto per fermare le indagini della Guardia di Finanza italiana, perché rischiavano di aprire il Vaso di Pandora della spirale di corruzione fra internazionali e locali.

Proprio la corruzione di molti politici, la criminalità organizzata e le protezioni di cui godono molti malviventi favoriscono la destabilizzazione del paese kosovaro. Molti di questi criminali si incontrano con i vertici mondiali, capi delle organizzazioni internazionali ecc. Vanno a sciare in Austria o in Svizzera, si fanno accettare nei circoli inglesi e frequentano banche tedesche visto che proprio molti kosovari sono residenti in Germania.

Dall’Europa orientale la mafia russa utilizzava e utilizza i Balcani compreso il Kosovo per effettuare i traffici internazionali di contrabbando, droga e prostituzione ma soprattutto armi tanto da trasformare lo stato kosovaro in uno stato criminale o stato-mafia.

Lo stesso ex primo ministro serbo Kostunica definì il Kosovo uno stato fantoccio amministrato dalla Nato e funzionale agli interessi militari degli Stati Uniti. 

È tra Pristina (Kosovo), Tirana (Albania) e Podgorica (Montenegro) che avviene lo smistamento dell’eroina che poi attraversa il nostro Adriatico per raggiungere i mercati europei occidentali. Alcuni di questi movimenti sono stati intercettati dai nostri carabinieri dell’Msu (Multinational Specialized Unit).