Il ministro dell’Istruzione Carrozza ha recentemente dichiarato che nella scuola non serve introdurre ore specifiche nelle quali insegnare le tecnologie digitali, dal momento che esse sono un mezzo di cui tutte le materie devono avvalersi, come fu il libro a stampa per il sistema scolastico dell’Ottocento. Ha inoltre aggiunto che il problema dell’educazione digitale riguarda tutti i cittadini e non solo gli studenti.

I bambini che entrano oggi in prima elementare sono già alfabetizzati nel mondo digitale, tant’è che Marc Prensky ha coniato per loro più di dieci anni fa il termine “nativi digitali“. Gli aspetti tecnologico-strumentali della rivoluzione digitale sono effettivamente pervasivi e trasversali. Non riesco quindi a scandalizzarmi per queste parole della Carrozza, anche perché troppo spesso nella scuola l’educazione digitale è declinata come semplice apprendimento strumentale, con guasti irreparabili sui futuri orientamenti degli studenti.

Ci sono però aspetti culturali che sarebbe gravissimo trascurare.

Le tecnologie digitali hanno infatti negli ultimi venti anni invaso la società come conseguenza della rivoluzione informatica, che sintetizza e assomma due delle maggiori rivoluzioni del passato, quella della stampa e quella industriale.

L’invenzione nel quindicesimo secolo della stampa a caratteri mobili ha provocato una rivoluzione nella società perché la produzione più veloce e più economica dei testi ha reso possibile portare la conoscenza in ogni luogo e renderla accessibile a tutti. La replicabilità del testo ha implicato la replicabilità della conoscenza in esso contenuta a distanza di tempo e di spazio: non è stato più necessario essere in un certo luogo in un certo momento per poter apprendere.

Nel giro di due secoli e mezzo, quasi ottocento milioni di libri stampati in Europa hanno messo in moto un irreversibile processo di evoluzione sociale. La conoscenza scientifica, rivoluzionata dal metodo galileiano, proprio grazie alla stampa si diffonde in tutta l’Europa e costituisce uno dei fattori abilitanti della successiva rivoluzione, quella industriale.

Questa, avviatasi nel Settecento è stata altrettanto dirompente: la disponibilità di macchine ha in questo caso reso replicabile il lavoro fisico delle persone. Le braccia umane non sono più necessarie perché la macchina opera al loro posto. L’evoluzione ed il progresso della società umana si sono ulteriormente accelerati grazie alla possibilità di produrre oggetti fisici più velocemente e più efficacemente, per non parlare delle conseguenze in termini di trasporto di persone e cose.

La rivoluzione della stampa aveva dato una marcia in più all’umanità sul piano immateriale dell’informazione, la rivoluzione industriale ha fatto altrettanto per la sfera materiale.

I cambiamenti che la rivoluzione informatica ha messo in moto nel corso del Novecento sono di portata ancora maggiore, perché si tratta di una rivoluzione che incide sul piano cognitivo. Essa sarà probabilmente ancora più incisiva delle altre due, dal momento che offre la possibilità di replicare non più soltanto la conoscenza statica dei libri e la forza fisica di persone e animali, ma quella “conoscenza in azione” che è il vero motore dello sviluppo e del progresso.

Col termine “conoscenza in azione” intendo quel sapere che non è soltanto una rappresentazione statica di fatti e relazioni ma un processo dinamico e interattivo di elaborazione e di scambio dati tra soggetto e realtà. Grazie alla rivoluzione informatica, questa “conoscenza in azione” viene riprodotta e diffusa sotto forma di programmi software, che possono poi essere adattati, combinati e modificati a seconda di specifiche esigenze locali. Gli sviluppi di questa rivoluzione sono ancora più impetuosi di quelli scatenati dalle due precedenti, come dimostrano ciò che accade nel settore del “free software” e il continuo fiorire di società start-up focalizzate sull’informatica.

La società contemporanea, grazie all’automazione di molti aspetti informativo-cognitivi del lavoro umano, si sta quindi trasformando in una “società dei servizi”, che sarebbero impensabili senza le tecnologie digitali. D’altro canto questa meccanizzazione degli aspetti cognitivi pone diverse problematiche di cui ho discusso altrove: ecco la presentazione ed il testo dell’intervento.

Però, senza una vera comprensione delle fondamenta culturali e scientifiche della disciplina informatica, che è alla base delle tecnologie digitali, rischiamo – soprattutto in Italia – di essere consumatori passivi ed ignari di tali servizi e tecnologie, invece che soggetti consapevoli di tutti gli aspetti in gioco ed attori attivamente partecipi del loro sviluppo.

Non è un caso che qualche anno fa, in un convegno significativamente denominato “Informatica: Cultura e Società”, si sosteneva l’importanza di dare più spazio alla cultura informatica nella scuola e nella società italiane.