Hai l’AIDS. Ti restano 30 giorni di vita. Stanno scherzando, non può essere vero. Mi prendono per il culo, quella è una malattia per froci. Io sono un cowboy del Texas, come vi permettete? Il fisico cade a pezzi, l’energia ai minimi termini, la vita ti sfugge di mano. Il macho ridotto a scheletro realizza che è tutto vero. Dall’incredulità all’ira, quella che spacca il mondo. Perché il cowboy non ci sta, vuole vivere. A metà degli anni 80 l’AIDS falcidiava senza distinzioni, ma fece eccezione l’epica parabola di Ron Woodroof che vi sopravvisse fino al 1992 e a cui si ispira Dallas Buyers Club, candidato a 6 Oscar e da oggi in 150 sale per la Good Films.

Dietro alla macchina da presa il sensibile canadese Jean-Marc Vallée, ma soprattutto davanti un prodigioso Matthew McConaughey, dimagrito di 23 kg per entrare nei panni del rodeo-man/elettricista sciupa-femmine, cocainomane, omofobo e malato di AIDS Woodrof. Febbrile e febbricitante, egli incarnò una lotta personale ma esemplare contro l’FDA che affrontava l’allora ignoto virus HIV col solo e nocivo Azt impedendo la sperimentazione di altri farmaci. Fattosi imprenditore di sé stesso insieme all’efebico trans Rayon – anch’egli tossico e sieropositivo – Woodrof fondò il Dallas Buyers Club presso cui altri malati potevano comprare i medicinali che illegalmente si procurava in giro per il mondo.

È chiaro che attraverso il dramma dell’AIDS, quella dell’eccentrico cowboy fu una battaglia contro il perbenismo, i moralismi radical-wasp, l’ipocrisia, la menzogna e pro l’accettazione indiscriminata del diverso/infetto e la giusta informazione al riguardo. Una sceneggiatura con tematiche “scaccia-pubblico” da cui produttori atterriti sono fuggiti per ben 137 volte in 20 anni, ma talmente potente da aver “azzannato” il 44enne McConaughey che vi ha aderito intradermicamente fino a combattere in proprio per il film: “Se vuoi veramente una cosa, devi fartela da solo, come Ron”. Ed ecco che uno degli “hottest men” di Hollywood si reinventa, non un uomo o attore nuovo, ma trasforma se stesso in una “nuova idea”.

Si ferma per un anno rifiutando copioni insulsi e punta ad autori come Friedkin, Soderbergh, Jeff Nichols a cui fanno seguito Scorsese (impeccabile la sua sequenza-duetto con DiCaprio in The Wolf of Wall Street) e Nolan, che l’ha voluto protagonista dell’atteso Interstellar. In Dallas Buyers Club ha creduto istantaneamente, e molto prima che fosse scelto Vallée al timone. Questi – classe ’63, già regista degli ottimi indie C.R.A.Z.Y. e Café de Flore – ha centrato l’interpretazione anti-moralistica del testo, laddove i protagonisti sono l’antitesi della santità.

Solido e impermeabile a tentazioni estetizzanti, ha condotto la ferrea sceneggiatura candidata all’Oscar di Craig Borten e Melisa Wallack dentro a un vortice teso e forsennato, preparando il girato a un montaggio pressoché perfetto, e non a caso anch’esso nominato dall’Academy. Il punto di vista non è mai smarrito in uno sviluppo narrativo e drammaturgico classico ma non pedante, allergico alla temibile saccenza con cui certi temi Bigger than Life tendono a essere “cinematografati”. Di Bigger than Life ci sono “solo” i due personaggi principali e corrispettivi interpreti, entrambi premiati col Golden Globe e in corsa per l’Oscar: se McConaughey novello “demone sotto la pelle” di cronenberghiana memoria esplode di una bravura viscerale capace di restituire ogni tratto evolutivo dell’antieroe Woodroof, al sorprendente Jared Leto è affidata la levità di Rayon, creatura reietta da chiunque, apice della discriminazione sociale, personaggio tragico di rara purezza. Un film vibrante e vitale, da vedere tenendo lontani i pregiudizi.

Dal Fatto Quotidiano del 30 gennaio 2014