Centro commerciale Easton Mall in quel di Columbus: siamo in Ohio. È il 18 gennaio 2014 e un uomo con la moglie entra nel cinema Amc come tante altre volte in precedenza.

Poco dopo scatta l’allarme: non è apparentemente successo nulla, ma un addetto alla sicurezza chiama la polizia che non esita ad intervenire.

Non è passata un’ora dall’inizio della proiezione che l’uomo di qualche riga fa viene avvicinato da un tizio che – avvicinatosi al suo posto a sedere – gli mostra un tesserino e lo invita a seguirlo dopo avergli strappato di dosso l’arma del delitto con un “Dammi qua! Ti abbiamo beccato!”

L’uomo esce imbarazzato dalla sala e appena fuori trova una mezza dozzina tra poliziotti e vigilantes ad attenderlo.

Un vero e proprio blitz con tanto di federali: ma cosa sarebbe successo?

Mentre qualcuno immagina un’operazione antiterrorismo in piena regola, è bene subito chiarire che la pericolosa dotazione offensiva sequestrata non consiste in un fucile, una pistola o un affilato coltello, ma è rappresentata da paio di sofisticati occhiali Google Glass.

La ricostruzione dell’accaduto permette di scoprire che non sono entrati in azione gli agenti di Fbi (come qualche sito ha immediatamente comunicato), ma i non meno qualificati operatori del Dhs, ovvero del Dipartimento della Sicurezza Interna. Proprio a voler esser precisi il coordinatore era uno “special agent” dell’Ice, che non è il nostro Istituto per il Commercio Estero ma piuttosto lo US Immigration and Custom Service (che non si occupa solo di immigrazione e questioni doganali).

Khaalid Walls, il portavoce dell’Ice, ha chiarito la dinamica dei fatti con una mail e ha spiegato che l’intervento è avvenuto a fronte di una segnalazione degli esercenti della sala cinematografica. Questi avrebbero sospettato che lo spettatore stesse registrando abusivamente il film approfittando delle funzionalità elettroniche degli occhiali che indossava.

Walls ha rappresentato che il tutt’altro che temibile soggetto “armato” ha risposto spontaneamente alle domande formulate nel corso dell’interrogatorio. Il poveretto ha raccontato che i tanto pericolosi occhiali erano disattivati per evitare distrazioni nella fruizione del film e che la funzione di registrazione non era mai stata messa in uso. Non bastasse, il tizio ha insistito che si verificasse che i suoi Google Glass montavano in realtà lenti da vista prescrittegli dall’oculista senza le quali non avrebbe potuto godersi lo spettacolo.

Chi pensava che questi arnesi potessero scombinare lo scenario della privacy, metta in conto che – oltre al cervello degli utilizzatori – anche diritto d’autore e tutela dei segreti industriali e commerciali non usciranno indenni dalla diffusione di certi strumenti.