Molti avevano già pronto il coccodrillo la scorsa estate, quando una fetta importante della redazione, tra cui il vicedirettore, e gli editor di design, arte e architettura, avevano scelto di non rinnovare i contratti con la loro testata, Abitare, mentre chi decideva di portare a termine il mandato lo faceva con grande incertezza sul futuro. Poi, qualche tempo fa la chiusura di altre due testate del settore nello stesso gruppo, “Case da Abitare” e “Casamica”, travasate nel nuovo mensile allegato “Living”, erede nella versione online di “AtCasa”. Ma anche allora “Abitare” restò in piedi. In quest’ultimo fine settimana, però, un tam tam di tweet, mail, sibillini comunicati, condoglianze, hanno fatto pensare tutti che l’agonia avesse fine: “Insieme a Mondo, chiude Abitare, storico mensile di design e architettura”. 

Invece no. Neanche in questo caso il discorso funebre che attende da qualche mese nel cassetto di qualcuno troverà la sua occasione di essere celebrato: in pratica si parla sì di “chiusura”, ma un po’ come quella dei negozi a fine stagione, “per rinnovo locali”. Anzi, meglio, si parla di “sospensione”, almeno stando al comunicato che i vertici hanno mandato ai dipendenti della testata. E poi si parla di “rilancio” e, da qualche settimana, c’è anche il nome di un nuovo direttore, a cui vanno tutti i migliori auguri.

Ora, al di là di questa preannunciata ed eternamente rimandata fine – a meno che non sia una perversa strategia di marketing e a meno che non ci sia da immaginare un complotto alle sue spalle… – il malinteso “Abitare” deve sollevare alcune questioni. E un mistero.

La prima è una domanda che si sono fatti in molti e ha gettato subito sospetti su quel comunicato e cioè: perché questa sospensione arriva adesso? Perché gli editori non hanno approfittato delle trasfusioni di redattori e contenuti delle altre testate cugine e sorelle qualche mese fa? O ritardato la loro ristrutturazione per rivedere tutto insieme? Possiamo credere veramente che il tracollo sia avvenuto tutto d’un tratto e inaspettatamente? No. Quindi forse per “Abitare” si pensava già a un destino diverso. E infatti in queste settimane in tanti hanno parlato dell’ipotesi che la rivista finisse per esistere solo in una nuova veste online, assecondando una delle passioni dell’ad di RCS per il multimedia. Ma questa ipotesi viene smentita e pare che a breve (per gli ottimisti al Salone del Mobile, per i realisti a Settembre) potremo tenere tra le mani un’autentica copia della rivista di design più gufata dell’ultimo anno.

La seconda questione, su cui si polarizzano i pareri è questa e abita in quel termine “sospensione”, che come a scuola, evoca un po’ l’idea di una punizione. Nell’oggettiva crisi e nel legittimo ripensamento delle spese, è chiaro a tutti che andrebbe trovata un’alternativa al fatto che un editore oggi si aspetti più della metà del ricavato dalla pubblicità. Ma allora dovrebbe puntare sulle effettive copie vendute? E a chi spetta “vendere” e far tornare i conti?

L’affair “Abitare” sembra confermare il parere di alcuni per cui oggi sarebbe proprio incompatibile unire numeri e cultura quindi se un’impresa – anche culturale – perde in reddito allora va sospesa, ma se invece funziona come business allora rischia di perdere in cultura. Confutare questo dilemma sarà uno dei compiti più difficili che spetta alla nuova direzione, sempre ammesso che l’editore sia convinto che val la pena, come vale, di continuare, e quindi magari chiudere un occhio su qualche marginalità instabile. In fondo, già dal 1961, quando è nata per mano e portafoglio della sua madrina, “Abitare” vive sulle spalle di qualcuno che paga perché crede nel fatto che ci siano delle imprese in cui il funzionamento non si misura in fatturato e che definiamo “inestimabili” proprio perché il valore di mercato non ne esaurisce quello storico e culturale.

Resta infine l’enigma sul comunicato che ha sollevato tutta la bufera (tra pochi s’intende, ma agguerriti del settore): e cioè non si capisce perché dire di “chiudere” o “sospendere” anziché semplicemente e fisiologicamente annunciare un passaggio di consegne, come è sempre stato nella storia di questa e altre riviste, in nome di un pluralismo, rivendicato giustamente dagli editori e ora nell’editoriale che chiude questo quinto ciclo di “Abitare”.

Rcs risponde: per preparare un grande lancio. Bene! Questo non può che portare fortuna a un’immagine ultimamente un po’ martoriata. Anche perché per una rivista – tanto più se di architettura e design – la forma conta… per gli inserzionisti, ovvio, ma anche per gli archeologi della carta stampata, felici di spendere 10 euro per sfogliare anziché cliccare.

Loro pare possano dormire sonni tranquilli. Allora in bocca al lupo “Abitare”!