Piccola (ma spero utile) appendice alla discussione su quella che sembra esser diventata, su scala planetaria, la vera sensazione politica del momento. Ovvero: su José ‘Pepe’ Mujica Cordano, presidente (fino al prossimo ottobre) della Repubblica Orientale del Uruguay, recentemente assurto alla gloria del “villaggio globale” (Marshall McLuhan docet) come ‘il presidente povero‘ o, a scelta, come il ‘più povero presidente del mondo‘”. Ragione di questo post in ‘zona Cesarini’: l’aggiungersi alla sempre più lunga lista degli ammiratori del ‘Pepe’ – un ormai chilometrico elenco che va dal settimanale The Economist, agli esponenti della più ossificata ‘sinistra di classe’ – del nuovo e per molti versi assai emblematico nome di Eric Trump, figlio di Donald. Vale a dire: del più mediaticamente noto tra gli esponenti d’una molto specifica branca del capitalismo made in Usa: quella che, della ricchezza, esibisce, con cialtronesca burbanza, il lato più volgarmente esibizionista e, almeno in apparenza, più sideralmente lontano ed irreconciliabilmente contrapposto alla filosofia della povertà che, dal ‘Pepe’ splendidamente enunciata in un paio di forum internazionali, ha di recente conquistato, con inarrestabile rapidità, cuori e menti in ogni angolo del globo terracqueo.

Ha detto il giovane Eric: ‘Mi piace molto il suo (di Mujica, ndr) stile di vita. Però quel che più mi piace di lui è il fatto che, mentre negli altri paesi i presidenti sono molto preoccupati per la propria apparenza, per l’abito che portano e l’auto che guidano, lui no…è rinfrescante vedere un presidente che non si preoccupa di ciò che possiede e di ciò che indossa…‘.

Se le dichiarazioni di Trump Junior (che fisicamente e filosoficamente è una fedelissima copia del padre, con l’unica, marginale differenza della capigliatura non ancora posticcia), si leggono nel modo più diretto – ossia,  partendo dal principio che ‘business is business‘, gli affari son affari – l’arcano di questa ammirazione tra opposti è facilmente spiegabile. Eric – che in Uruguay non è arrivato in visita di piacere – sta, semplicemente, rendendo formale omaggio al presidente d’un paese che, a dispetto del molto ammirato ‘stile di vita’ del suo capo di Stato, ha molto generosamente aperto le sue porte alla sua (sua di Trump) visione del mondo. O, ancor meglio, alla visione che, nel più materiale senso della parola, lui (sempre Trump) ama imporre, a colate di cemento, al resto del mondo. Ancor più in concreto: alla costruzione, in quel di Punta del Este, la più rinomata località marina dell’Uruguay, d’un grattacelo di super-lusso (super nel senso della sua ostentata visibilità) alto una trentina di piani e costruito per tutti coloro che – come già a Manhattan o Atlantic City – la propria ricchezza amano buttarla in faccia al prossimo, spesso impadronendosi di panorami la cui bellezza dovrebbe, come Dio comanda, appartenere all’umanità intera.

Il caso di Trump è ben lungi dall’essere un “unicum”. Anzi non è che l’ultimo caso d’un processo di ‘rapallizzazione’ – chi appena conosce la storia tragica della nostra Riviera ligure sa di che parlo – lungo le un tempo verdi coste di Punta del Este (città governata, vale la pena sottolinearlo, proprio dalla sinistra del Frente Amplio). Giusto a fianco di quello che presto sarà il nuovo monumento latino alla filosofia trumpista, già sorgono almeno una quindicina di altri eco-mostri – vuoti per 11 mesi all’anno ed eretti, si sospetta, con un non piccolo flusso di narcodollari – che meglio d’ogni arguta analisi illustrano il concetto di ‘spreco’ tanto brillantemente sottolineato nei discorsi di Mujica. Uno di questi mostri (ancora in costruzione) esibisce, all’altezza della (un tempo splendida) Avenida del Mar, uno slogan che è, a suo modo, una brillantissima sintesi dello scempio in atto: ‘Todo un mar – si legge – con vista a un edificio’ Tutto un mare con vista a un edificio. Come a dire: il paesaggio mi appartiene. A nessuno – mare compreso – verrà concesso il diritto di non guardarmi.

Ovvia domanda (ovvia, ma accuratamente evitata da quanti, nella sinistra europea, vanno di questi tempi mitizzando la figura del Pepe). Come possono, non solo convivere, ma scambiarsi reciproci complimenti queste due tanto drasticamente contrapposte visioni del mondo? In quella che, secondo me, è la più completa e brillante tra le recenti interviste a José Mujica (clicca qui per la versione con sottotitoli in italiano), Lucia Newman, responsabile per l’America Latina di Al Jazeera, ha molto acutamente posto questo quesito al presidente uruguayano. E questa è stata, riassumendo, la molto onesta risposta del Pepe: così vanno le cose del mondo, ed anch’io di questo mondo votato allo spreco ‘sono un prigioniero’. Non lo posso cambiare questo mondo, ‘si no me matan‘, altrimenti mi ammazzano…

Insomma: io posso vivere come credo vada vissuta una vita in cerca della felicità, ma non posso tradurre in linea politica di governo il mio modo di vivere. Perché governare significa, sostanzialmente, cercare un compromesso con il mondo. Il segreto del Pepe – eletto recentemente campione dell’ambientalismo mondiale, ma nella realtà strenuo difensore del transgenico e dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali, nonché personaggio d’una cultura pauperista fondamentalmente anti-ecologica – è tutto qui, in questa candida ammissione. Faccio quello che posso, nella speranza di lasciarmi alle spalle, al termine di un mandato che non desidero in alcun modo ripetere (‘sono assolutamente contrario alla rielezione‘) un Uruguay un po’ meno ingiusto. Faccio quello che posso perché io sono “’soltanto un funzionario‘. Non una guida spirituale, non ‘un re’ ne ‘un dio’.

Questo – un ‘non re’ e un ‘non dio’ in un mondo dove i re e gli dei, i culti ai comandanti ‘supremi ed eterni’ continuano tristemente a marcare il passo della storia – è il vero Mujica. Un personaggio straordinario e contraddittorio, onesto nelle sue luci e nelle sue ombre. Un patrimonio da preservare dagli elogi di Trump. E da quelli d’una sinistra alla costante ricerca di nuovi santi.