Ecco come confezionare un film che arriva esattamente dove vuole, riuscendo a far commuovere persino Barack Obama. Il presidente Usa racconta di aver riflettuto sugli effetti che la discriminazione ha avuto su un’intera generazione di persone e che ha anche al giorno d’oggi. Persone di cui non dovremmo mai dimenticarci. E il film The Butler aiuterà. 

Lee Daniels è un regista che sa come giocare con le emozioni del pubblico. Di colore e dichiaratamente gay, non ha mai fatto mistero del suo orgoglio nel raccontare le difficoltà che i neri hanno dovuto affrontare (e tutt’ora combattono) per ottenere l’egualità dei diritti, in un Paese come il suo, l’America, che da sempre rivela non poche ipocrisie su questo tema. Nel 2002, in veste di produttore di Monster’s Ball, aveva regalato l’Orso d’argento e l’Oscar come miglior attrice a Halle Berry, protagonista di una storia a sfondo razziale ambientata nel sud degli Stati Uniti. 

Nel 2009 era dietro la macchina da presa per dirigere lo splendido Precious, tratto dal romanzo della scrittrice nera Sapphire, che aveva commosso il pubblico di mezzo mondo dopo una standing ovation a Cannes e due premi Oscar, raccontando la vita dell’adolescente che dà il nome al film, cresciuta nella Harlem povera e disagiata degli anni ’80, alle prese con un padre violento e una figlia nata con la sindrome di Down. 

The Butler, come recita il titolo italiano, non è solo la storia di “Un maggiordomo alla Casa Bianca”, è molto di più. È una pellicola che in due ore e dodici minuti riesce a dare uno spaccato fedele di quello che è stato il calvario per la gente di colore, dall’America più segregazionista degli anni ’20, all’elezione di Barack Obama nel 2008, il tutto osservato attraverso gli occhi di un solo, umile, uomo. 

La storia di Cecil Gaines, interpretato da un Forest Whitaker in odore di Oscar, ha dell’incredibile e forse, se non fosse stato per l’articolo del Washington Post che riportava la vera vita di Eugen Allen e dal quale gli sceneggiatori hanno preso spunto, questo film non esisterebbe. Tutto ha inizio nel 1926, nel Sud più razzista dal quale Cecil fugge per rincorrere un futuro migliore, accade l’impensabile e dopo una serie di imprevisti l’incarico di Maggiordomo alla Casa Bianca è suo. Un posto ambito quanto prestigioso, dal quale il protagonista è un testimone diretto di più di mezzo secolo di storia, negli anni dei movimenti per i diritti civili. Passa il tempo, gli inquilini dello Studio Ovale si susseguono, da Eisenhower a Obama, passando per Johnson, Nixon e Reagan ma Cecil resta, spettatore silenzioso di una rivoluzione inarrestabile e tu, in sala, non puoi far altro che assistere insieme a lui, trattenendo a stento le lacrime.

Era difficile maneggiare una storia del genere senza scegliere attori di livello, capaci di interpretare ruoli apparentemente semplici ma dal facile risvolto “patetico”. Daniels, ha convocato un cast stellare, affidando i Presidenti a volti noti tra cui Robin Williams, Alan Rickman, o un esilarante Liev Schreiber nei panni di Lyndon Johnson e ritagliando, anche per le parti minori, dei cammei d’eccezione come quello di Jane Fonda, una splendida Nancy Reagan. Il resto è tutto in mano alla famiglia Gaines, in cui spicca Oprah Winfrey, moglie di Cecil e madre pasionaria dei loro due figli, che torna a recitare per il cinema a quindici anni di distanza da “Beloved” di Jonathan Demme.