Troppe tasse e nessuna considerazione. Sono ventisei i ristoranti di Bologna e Provincia che nella giornata di lunedì 9 Dicembre terranno le serrande abbassate e che si recheranno davanti alla sede della Regione Emilia Romagna per protestare contro l’eccessiva pressione fiscale. È proprio dalla capitale emiliana della buona tavola che parte spontaneo e non organizzato un movimento che non ha riscontri nel storia italiana. Quella di lunedì è un’azione studiata in un lasso di tempo molto breve; la decisione è stata presa e organizzata nell’arco di appena tre giorni.

“Subiamo una situazione che ci impedisce di restare aperti” ecco la semplice quanto efficace motivazione alla base de La Serrata, così è stata chiamata la giornata indetta dal Movimento. Lo sciopero, ci spiega Mario Ferrara chef e imprenditore dello storico e rinomato ristorante Scacco Matto di Bologna, vuole protestare e stigmatizzare l’ormai insostenibile situazione finanziaria cui è soggetta la totalità degli imprenditori che operano nel campo della ristorazione. “Subiamo una pressione fiscale che sfiora il 70%“, sottolinea Ferrara, “il costo del lavoro è insostenibile, i nostri dipendenti ci costano due volte e mezzo la loro busta paga”. Ma l’azione non vuole affatto nuocere o contrapporsi ai manovali della ristorazione, “I dipendenti anzi abbracciano totalmente la scelta d’azione dei ristoratori, perché conoscono benissimo i sacrifici che fanno quotidianamente per tenere aperti gli esercizi”.

Secondo gli imprenditori che aderiscono allo sciopero i dipendenti sono però gli unici ad essere consci della situazione: “Associazioni di categoria e classe politica”, dicono, “non sono state infatti sino ad oggi in grado di recepire le nostre difficoltà e istanze”. È anche per questo che il Movimento – e lo rivendica con forza – non ha nessun colore o credo politico e non è appoggiato da nessuna organizzazione di categoria – “Queste hanno troppa burocrazia al loro interno per riuscire ad organizzare uno sciopero che veda coinvolta solo una parte degli iscritti”. Non sono stati coinvolti nemmeno Filcams-Cgil, Fisascat Cisl o Uiltucs Uil, i sindacati degli addetti dei pubblici esercizi, “troppa la loro indifferenza verso i problemi reali”. I ristoratori hanno agito in assoluta autonomia e, naturalmente, di pancia.

Se la piattaforma alla base dello sciopero di lunedì è spontanea e libera , altrettanto ampi sono i soggetti e le problematiche contro cui si scaglia. Non è una protesta diretta contro la Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi (uscita quest’anno insieme all’Angem – rappresentante delle imprese del settore della ristorazione collettiva – dal contratto nazionale). Nel loro manifesto si legge “ci stanno portando alla fame con una tassazione insostenibile, Tares alle stelle con aumenti fino al 300%, insostenibili per qualsiasi attività, un acconto Ires al 110%, prestito forzoso imposto dallo Stato incapace di far fronte alle emergenze se non spremendo ulteriormente i cittadini, togliendo il futuro ai nostri figli e a intere generazioni. Studi di settore completamente avulsi dal mondo reale, ancorati a calcoli e logiche vessatorie e discriminanti. Un costo del lavoro insostenibile per qualsiasi settore, con una pressione fiscale da record ancorata a criteri illogici di calcolo se non il mero reperimento di denaro. Una burocrazia ormai capace solo di delegittimare e rendere il cittadino osservatore passivo di una politica incapace di ascoltare”. Sebbene la polemica sembri più rivolta verso il governo centrale questo non vuol dire che le amministrazioni locali siano scevre da colpe “Non è la singola istituzione o federazione, ma è la risultante complessiva di questi soggetti ad aver determinato una situazione ormai insostenibile per tutta la categoria”.

I ristoratori in sciopero non guardano però unicamente “al proprio ombelico”: “Ci rendiamo conto che queste problematiche sono trasversali a tutti i reparti produttivi e hanno ripercussioni negative su tutta la società, è il paese intero che ne soffre. In molti si stanno muovendo per reagire, anche noi vogliamo e dobbiamo fare la nostra parte. Non è detto che il nostro movimento non diventi nazionale, abbiamo già diversi contatti in tal senso. Speriamo che qualcuno sia disposto ad ascoltarci, altrimenti saremo costretti ad adottare forme di protesta più dure, come sospendere l’emissione degli scontrini fiscali”.