Con il suo professore universitario (docente di sociologie delle istituzioni giuridiche e politiche), Cristiana utilizzò il metodo Capotondi. Marcatura feroce e persuasione occultata da occhi gentili per ottenere l’impossibile: “Mi sono laureata in Scienza delle Comunicazioni con una tesi sul cinema italiano alle prese con il racconto del Fascismo”. Più mi allontanava: ‘Signorina, mi dispiace, ma il suo tema è lontanissimo dal mio corso di studi’, più insistevo circuendolo con forzature di senso, tempo e argomento. All’ennesima filippica di derivazione aristotelica sull’universalità dell’arte rispetto al particolarismo della storia, il professore ha alzato bandiera bianca e mi ha lasciato fare”. 110 e lode: “Ma c’è poco da gloriarsi, esistono facoltà molto più dure” e assedio replicato con Pif, l’ex iena che al suo esordio cinematografico, in un mondo di avvoltoi, vittime e prede più o meno consapevoli, ha tenuto ironia, stupore e sorriso in delicato equilibrio con la riflessione: “Ho letto la sceneggiatura e deciso che ne avrei fatto parte ad ogni costo“.

Così all’incontro decisivo, la partita era già chiusa: “Non gli ho lasciato la possibilità di vagliare altre attrici” e la reciprocità, virtualmente definita: “Alla fine ho scelto Pif e Pif si è lasciato scegliere”. Tutte queste cose, dalla genesi della partecipazione a La mafia uccide solo d’estate , felicissima intuizione del duo Gianani-Mieli (producono Wildside e Rai Cinema, rispondono bene gli italiani con 800.000 euro nel primo weekend) ai pomeriggi passati con il quaderno in mano analizzando Il Processo di Verona di Lizzani: “C’è una Mangano straordinaria”, la ragazza arrivata sul set a 13 anni per puro caso, te le racconta con un sorriso in bilico tra l’enigma e la rinnovata sorpresa di ritrovarsi in scena. È loquace, solo vagamente formale e si intuisce che le hanno insegnato o trova semplicemente naturale essere educata, preoccuparsi di un ritardo risibile, dimostrare che l’anacronismo della puntualità la vede saldamente nel campo deserto delle vecchie abitudini. Il buongiorno. Il grazie, prego, scusi. Sul tornare, da due decenni non ci sono più dubbi. È il suo mestiere. Arriva da Milano. La aspettano a Cinecittà per girare. Poi ci saranno altri copioni. Altri punti sul mappamondo.

Al bivio tra l’infernale isterismo di un lunedì romano e un certo modo di non sembrare, Cristiana Capotondi ragiona su tempi stretti, su parentesi di vita con il cronometro nello zaino. Da vent’anni rintocca un tempo fantasioso fitto di andate e ritorni, frenate e nuovi inizi. Flora, l’amore nascosto dell’infanzia di Pif, in La mafia uccide solo d’estate ha il profilo di Capotondi solo al momento in cui il tempo delle favole consolatorie del- l’infanzia è terminato. Nell’istante in cui le paratìe dell’indifferenza complice che ogni zona grigia e adulta di silenzio/assenso contempla, hanno ceduto alla realtà e concesso il trono alla paura. Capaci. Via D’Amelio. Le bombe del ’93. All’epoca Capotondi pubblicizzava merendine tra i bianchi mulini del senese: “E mi ricordo del senso di destabilizzazione, delle esplosioni di Roma e di Firenze, del contrasto bruciante con le nostre adolescenze dorate figlie del boom degli anni 80 e della più assoluta bambagia. Di mafia si parlava solo nei film, il debito pubblico non sapevamo neanche cosa fosse ed eravamo convinti di vivere nel paese più bello del mondo. Pur riguardandomi solo perifericamente, sentivo vicina la storia raccontata da Pif. E sono contenta di esserci perché dalla sala non esci con l’idea di fare il gangster né pensi che la mafia sia un microcosmo condannabile ma con dei “valori” propri. Interpretare Flora mi è servito per capire come nella Sicilia di allora, sul fronte più avanzato, con i morti ammazzati per strada, una parte dei palermitani lo avesse pensato vivendo in una campana di vetro. Proteggevano i figli e se stessi dall’angoscia: ‘La mafia non ci può toccare. I mafiosi sono come i cani, se non li disturbi non disturbano te’. Cose così”.

Nel film di Pif, la scoperta del male e della propria coscienza individuale non procedono in parallelo. Ci vuole un dolore. Uno strappo. Capotondi si ricorda quello sordiano, in Tutti a casa di Comencini: “È successa una cosa terribile, i tedeschi si sono alleati con gli americani” e ti parla di curiosità storica, dei due nonni: “Uno fascista, paracadutato a El Alamein, e l’altro di origini ebraiche che si innamora di una cattolica e per sposarla deve aspettare che i tedeschi lascino Roma”, della “lieta bagarre familiare” sul suo nome. Avrebbe dovuto chiamarsi Sara.

Sua madre, sfidando le ascendenze, optò per Cristiana e il nonno incredulo per lo scisma la chiamò Titta fino all’ultimo giorno. Adesso, a 33 anni, con quasi 50 film alle spalle e un’idea chiara sulla competizione: “C’è nella misura in cui esiste un ruolo. Se non lo occupi tu, lo farà qualcun altro”, Cristiana non ha più bisogno di soprannomi. Fa vita ritirata, sogna una Panda del ’95 e guida da sola. Sceglie. Scarta. Si traveste. Lo ha fatto per Brizzi in un contemporaneo omaggio a Lumet: “E alle famiglie in cui si è democratici fino a quando la diversità non ti riguarda”. In Indovina chi viene a Natale, Capotondi presenta ai genitori, sgomenti, un fidanzato disabile. Ironia. Incassi certi: “Fausto ha un’esistenza da fumetto, capitano tutte a lui. All’epoca di Ex, per convincere Gassman e Tognazzi che avevano litigato a recitare insieme inventò un ponte telefonico che era un film a sé. Fa una commedia elegante e di successo. Non credo sia una colpa. La differenza tra cinema commerciale e autoriale mi pare un po’ posticcia”. Cristiana iniziò con Vacanze di Natale ’95 . La ricerca di abiura è men che vana: “Neri Parenti è delizioso, l’esordio fu perfetto e non mi sentirà mai dire: ‘Non lo rifarei o non voglio parlare di quel che è stato’. È stato. E non rinnego niente“. Risposta esatta.

da Il Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2013