Cessione di Telecom Argentina, prestito obligazionario convertendo che ha coinvolto solo i soci istituzionali europei e cessione delle torri di trasmissione. “Telecom diventa spagnola nel modo peggiore”, come scrive Salvatore Bragantini su il Corriere della Sera e tanti sono i dubbi sul nuovo piano di impresa dopo l’aumento di capitale di Telco. Il primo problema riguarda la cessione di Telecom Argentina per la quale è arrivata la proposta del fondo messicano Fintech che ha offerto solo il 10% in più del prezzo di mercato.

Le giustificazioni? Le difficoltà di far arrivare i soldi a Telecom Italia seguendo le disposizioni della legge locale. Ma a livello ufficiale, non risulta che sia mai stata annunciata un’asta per la vendita. Telecom Argentina sarebbe in questo modo il primo concorrente di Telefonica e il conflitto di interessi salta subito all’occhio. Tanto che l’opacità dell’operazione non piace ai piccoli soci, poco coinvolti nell’operazione. Ma i problemi per la nuova dirigenza spagnola sono appena cominciati. Il prestito obligazionario convertendo, ad esempio, attuato in Cda giovedì 7, ha coinvolto solo gli azionisti istituzionali europei. Preoccuparsi degli altri, continua Bragantini, non sembra necessario per i nuovi proprietari. E infine resta la cessione delle torri di trasmissione: una scelta che altri gestori escludono a priori per la poca convenienza e che rischia di condannare Telefonica a dipendere da terzi per un servizio che deve comunque erogare.

Nel frattempo è arrivata la notizia che Telecom stringe sull’Argentina. Il Cda del gruppo telefonico si è riunito per fare il punto sulla vendita della controllata sudamericana, per cui ha ricevuto un’offerta da 1 miliardo di dollari dal fondo Fintech del finanziere messicano David Martinez. L’intenzione è chiudere in tempi molto rapidi l’operazione, parte del piano di rafforzamento patrimoniale da 4 miliardi di euro annunciato giovedì 7 novembre. Il cda, riunitosi sul dossier per la seconda volta in cinque giorni, “conferma il mandato al management a finalizzare la cessione”, si legge in una nota.

Sulla vendita dell’Argentina il governo ha espresso la sua neutralità per bocca del ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato (“mi interessa soprattutto tutto ciò che aumenta la larga banda, l’efficienza telematica e informatica del nostro Paese”) mentre continuano le barricate da parte dell’Asati, che ha presentato un esposto in Consob contestando sia il prezzo della cessione (che non incorporerebbe alcun premio rispetto al valore di borsa di Telecom Argentina) sia il conflitto di interessi di Telefonica. L’associazione dei piccoli azionisti, che contesta anche un convertendo ritenuto penalizzante e discriminante per le minoranze, ha chiesto alla Consob di attivarsi per sapere se in cda ci sono stati voti contrari o astensioni. E la Consob starebbe monitorando con grande attenzione tutto quello che avviene in questi giorni, attraverso un dialogo fitto con la società.

Contro la vendita della controllata argentina si era schierato anche Marco Fossati, grande avversario dell’operazione Telco-Telefonica che consegnerà agli spagnoli il gruppo italiano. Nella relazione predisposta per l’assemblea del 20 dicembre, richiesta dallo stesso Fossati per ottenere la revoca del Cda, Findim ribadisce gli “immediati condizionamenti” che l’accordo su Telco ha “sulla definizione degli indirizzi strategici” di Telecom. “Particolarmente delicato” per l’interesse sociale “è il condizionamento che il nuovo assetto proprietario”, potrà avere sul Sudamerica, dove gli spagnoli sono presenti in forze.

Il Cda di Telecom “ha sempre operato nel pieno rispetto dei principi che sovraintendono la corretta funzione gestoria”, e non condivide “le argomentazioni formulate da Findin Group a supporto della proposta di revoca di amministratori”, ha replicato nella sua relazione il Cda, elencando i presidi a tutela dell’indipendenza di Telecom da Telco e Telefonica. In tutto questo si riaffaccia, sotto forma di emendamento bipartisan alla legge di stabilità, la proposta di legge firmata da Massimo Mucchetti (Pd), che prevede l’obbligo di opa quando si ha il “controllo di fatto” di una azienda, anche senza superare la soglia del 30% delle azioni. Una ‘poison pill’ che potrebbe, se approvata, mettere a rischio l’operazione Telco-Telefonica.