Un ministro del governo nazionale ha minacciato il presidente della Regione Siciliana di ritirare l’appoggio dell’Udc al suo esecutivo se non ritira una delibera di assegnazione di nuovi posti letto a fronte di un rilevante investimento che la società Humanitas, primario operatore del settore sanitario privato, si appresta a fare a Catania. Il presidente Crocetta e  l’assessore Borsellino sono di fronte ad un bivio tra il rischio di potenziali cause legali di risarcimento danni e l’ultimatum dei partiti che compongono una maggioranza appena sopravvissuta ad un recente voto di sfiducia, visto che all’Udc si è aggiunto oggi il Pd.

Tralasciando la presunta intermediazione di un deputato regionale imparentato con gli amministratori della struttura secondo la migliore tradizione, ciò che dicono i politici e ciò che sicuramente fanno i concorrenti della sanità privata attraverso inconfessabili pressioni lobbistiche, la vicenda mi sembra interessante per riflettere sui alcuni aspetti della spesa sanitaria che rappresenta più della metà del bilancio regionale, oberato peraltro da una lunga tradizione di “viaggi della speranza” intercettata dalle imprese nazionali del settore.

Quale dovrebbe essere l’obiettivo ultimo di una politica sanitaria? Offrire il miglior servizio al minor costo pubblico. Per offrire il miglior servizio sanitario al cittadino, le strutture pubbliche sono state messe in competizione soprattutto con quelle private accreditate, finanziate entrambe da risorse pubbliche. Teoricamente, un’impresa privata non accreditata potrebbe pur vantare i massimi standard di eccellenza e offrire a pagamento i propri servizi, ma non vedrebbe che una esigua percentuale di pazienti e, ovviamente, potrebbe fare ciò che meglio creda dei legittimi profitti così conseguiti.

Il business della sanità privata, pur con cospicui investimenti privati, si gioca tutto sugli accreditamenti e trattandosi della fonte di profitti indirettamente a carico dei contribuenti, non solo il prezzo delle prestazioni deve essere oggetto di opportuna valutazione, ma anche la permanenza nel perimetro della sanità sussidiata deve rispondere a degli interessi pubblici per non dar luogo a rendite, a spartizioni clientelari o a lotte per la conservazione di posizione di rendita che poco hanno a che vedere con l’interesse pubblico e di chi lo paga, il contribuente.

La vicenda in questione mi porta quindi a pensare che la torta degli accreditamenti non debba essere allargata in cambio di investimenti, ma semmai chi si propone, forte di investimenti in strutture e tecnologie, di reputazione scientifica, di risultati, ecc. deve poter crescere a scapito di chi, nel settore privato accreditato, abbia invece investito meno, non abbia particolare reputazione (salvo verso padrini politici) e non abbia risultati, in termini di soddisfazione dei pazienti, da poter vantare.