“Ora mi occupo anche di sanità, vieni a trovarmi, ti faccio intervistare il fratello di Ligresti, può essere interessante”. Chi parla è Anna Maria Cancellieri, anno 1987. È un personaggio con un ruolo istituzionale: viceprefetto a Milano e capo ufficio stampa della prefettura. L’invito è per il cronista Federico Bianchessi, del Giornale allora diretto da Indro Montanelli (lo aveva raccontato il Fatto il 1 novembre, lo racconta lui stesso, con nuovi particolari, sulla Prealpina il 3 novembre 2013).

Il cronista, come suo dovere, accetta l’appuntamento e va, accolto da Cancellieri, alla clinica Città di Milano, dove ascolta un lungo monologo di Antonino Ligresti, direttore della clinica e fratello di Salvatore Ligresti, che in quel momento era coinvolto nel suo primo scandalo, quello delle “aree d’oro”. Antonino non parla di sanità, ma si lamenta per gli articoli scritti dal Giornale (come dagli altri quotidiani) e sostiene che suo fratello è un benefattore della città diventato vittima di una campagna di denigrazione.

Bianchessi ascolta, torna in redazione e va avanti come prima a raccontare lo scandalo delle “aree d’oro”. Ma resta stupito del ruolo di Anna Maria Cancellieri (che allora si faceva chiamare con il cognome del marito, Peluso). Il viceprefetto Peluso, capo ufficio stampa della prefettura di Milano, faceva a tempo perso (anzi, in orario di lavoro) le pubbliche relazioni per un personaggio in quel momento sotto inchiesta per abusi edilizi e corruzione (nonché oggetto di un lungo e delicato accertamento per mafia, avviato a Roma da Franco Ionta, proseguito a Milano da Piercamillo Davigo e in seguito archiviato).

Ventisei anni dopo, Cancellieri, diventata ministro, telefona ai Ligresti nel giorno in cui vengono arrestati e si mette a disposizione, poi interviene per la scarcerazione di Giulia Ligresti. A ricordarlo oggi, quel vecchio episodio di ventisei anni fa aiuta a capire il comportamento di una persona che evidentemente ha sempre confuso pubblico e privato, le sue amicizie e il suo ruolo di funzionario dello Stato. Ma come può un viceprefetto dire: “Ora mi occupo anche di sanità, vieni a trovarmi, ti faccio intervistare il fratello di Ligresti”? E come può un ministro della Repubblica dire al famigliare di un pluricondannato: “Qualsiasi cosa, conta su di me”?