Chi lo rivolesse sul palco se lo scordi. L’uomo è pigro, e non è un mistero: lo era da sbarbato, figuriamoci oggi che di anni ne ha 73 e vive sulle montagne pistoiesi, a Pavana, lungo la Porrettana. Così, Francesco Guccini, alle canzoni preferisce i libri e la letteratura. Usa un vecchio computer, spesso anche foglio e penna, ma evita di massacrarsi tra album, lanci, conferenze stampa. E soprattutto i concerti. Anche perché il maestrone non è da seggiola: quando canta dal vivo sta in piedi due ore, e se la serata gli torna a genio anche tre.

Ha detto basta con la vita fatta per cinquant’anni, e ora che siano solo libri. L’ultimo si chiama Culodritto, è dedicato alla figlia Teresa, testo di racconti e illustrazioni. Dalle parti dell’Emilia andarsene via a culodritto è espressione che si usa per gli adolescenti, quando guardano gli adulti con disappunto e se ne vanno. Teresa non è più un’adolescente. E’ una donna, una bellissima donna. Che scrive articoli, si interessa di moda e di concerti. E’ cresciuta nell’ambiente del padre, tra Vito, l’osteria a Bologna dove andavano gli artisti (la mensa di Guccini) e via Paolo Fabbri 43, quella del disco. Lo ha raccontato in un blog per il Fatto Quotidiano di quegli incontri, di frati e osterie, di un papà che negli anni è diventato monumentale. Ha raccontato di Bonvi – era amico dei Guccini, morì investito sui viali a Bologna – e della sua tesi di laurea, un parallelo tra quello che era dieci anni fa il pubblico di Robbie Williams e quello di Guccini.

A Francesco, come a tutti i padri orgogliosi dei figli, piace ricordare di quando nacque. Lo chiamarono in ospedale e lui, manco a dirlo, era seduto da Vito, in Osteria. “Guardi che Angela ha le doglie”. Lui si avviò a piedi verso il Sant’Orsola, e lasciò al tavolo Umberto Eco, che aveva appena conosciuto. Era il 14 dicembre del 1978. Eco e Guccini da quella sera non si persero più di vista. I due si piacciono subito, fino a spingere Eco a dire che Guccini “è il più colto dei cantautori italiani”, un letterato, più che un musico, l’unico col coraggio di far rimare amare con Schopenhauer. “Ci conoscemmo da Vito”, racconta il maestrone. “Fu un incontro bizzarro, perché lui era lì con i gruppi di studenti e mi invitò con loro. Mi disse che mi voleva conoscere di persona e che stava scrivendo un giallo medioevale. Il libro era Il nome della rosa che poi lessi con grande piacere”. Da quella sera, in qualche modo, complice anche l’amicizia con Roberto Benigni, i due non si persero più di vista. Si divertivano a ingaggiare tenzoni in ottava, strofa composta di otto endecasillabi rimati, i primi sei in rima alternata e gli ultimi due in rima baciata: “Benigni all’epoca non era granché a rimare. Eco un fuoriclasse”.